Scandalo Weinstein – Donne che odiano le donne: chi è la vittima?


 

Può suonare come un titolo scontato e già sentito ma di fatto sono le dinamiche che si dipanano sotto il sole autunnale in queste giornate alla mercé dello scandalo Weinstein. È un costante susseguirsi di attribuzione colpe, alla vittima, al carnefice, all’approfittatore. È colpa del potere che da alla testa, è colpa di Asia Argento che non ha denunciato prima, è colpa di Ben Affleck che ha palpato in diretta Hilarie Burton ed è accusato di molestie sessuali, è colpa di Blake Lively che durante le riprese ha fatto allontanare un truccatore perché la riprendeva di nascosto e voleva a tutti i costi truccarle le labbra con il dito e non con il pennello professionale, è colpa del giudizio non richiesto e del silenzio ostentato.

Era il 1997 quando una giovanissima Asia Argento veniva violentata dal potente magnate Miramax a Cannes, il suo capo; è facile immaginare quanto il senso di soggezione, la paura del futuro (lavorativo) e l’inesperienza abbiano in questo giocato un ruolo primordiale.

Oggi a distanza di vent’anni, cosa è cambiato nel processo di consapevolezza e denuncia?

Poco.

In Italia avvengono quasi 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. Dati allarmanti, soprattutto, se si pensa che questo crimine rimane per lo più “opaco”. Secondo i dati Istat, un milione e 157mila donne avrebbero subito una violenza sessuale nel corso della vita, tra stupri e tentati stupri. Eppure, nelle denunce degli ultimi anni, si registra una lieve flessione: 6% in meno tra il 2014 e il 2015 e 13% in meno dal novembre 2015 al novembre 2016.

Il fenomeno non è del tutto chiaro, il dato statistico “sporco”. Infatti, come è possibile leggere su una dichiarazione rilasciata a Repubblica.it da parte del sociologo Marzio Barbagli: «A differenza di altri reati, come quelli contro il le denunce per stupro non raccontano adeguatamente la realtà. Le violenze sessuali denunciate sono infatti solo una piccola parte di quelle davvero compiute. Molte violenze avvengono in famiglia per opera del partner o comunque di una persona conosciuta e questo è un fenomeno che resta in gran parte sommerso. Ancora meno sappiamo degli stupri di immigrati a danno di donne loro connazionali. (…) È vero che in base ai dati ufficiali le denunce sono in calo, ma attenti: si ragiona su un arco temporale ancora troppo breve».

E se da un lato ci sono i numeri come spunto di riflessione dall’altro ci sono i classici demagogismi del “se l’è cercata” e/o “è il compromesso del suo successo”.

Su i social campeggiano, come detto, le attribuzioni delle colpe e per lo più sono maligne e prive di pseudo empatia.

Secondo me, racchiude in toto questo senso di inappropriata consapevole arroganza dell’intero scibile psicologico, l’articolo dell’editorialista di Libero – Renato Farina – che in maniera provocatoria, semplicistica e perentoria conclude il suo editoriale, omettendo di specificare (anche) che la maggior parte delle violenze avviene anche in un contesto familiare, in tal maniera: «L’ essersi lasciate possedere senza reagire è il simbolo della condizione infame di tutte le donne costrette a compromessi ignobili per dimostrare il loro talento? Ecco io vorrei cambiare mosca e anche vetro. C’ è una categoria di donne dimenticate. Quelle che hanno detto di no a Weinstein & C, forse anche no-grazie, o magari dillo-a-tua-sorella-porco. Nessuna ha alzato la mano, e se la alzassero, non se le filerebbe nessuno, perché hanno un nome che dice qualcosa soltanto a chi gli vuol bene o trova delizioso il loro saluto. Le incontriamo sul tram o al supermercato dietro la cassa, e nessuno le ferma per l’autografo.»

Magari passa inosservato ai più che c’è persino un’altra categoria di donne dimenticate, quelle che incontriamo sul tram o al supermercato che hanno subito violenza, che non hanno denunciato né il compagno, né il capo del piccolo ufficio sperduto in periferia, per paura di non poter più neanche andare a fare la spesa e per paura dei giudizi grossolani e crudeli che si riescono a concepire con una facilità estrema da lasciare interdetti.

Asia Argento e il suo “pesante” bagaglio di esperienze fa eco in tutto il mondo e trascina le ombre di altri casi simili portandoli, seppur in ritardo, alla luce del sole, e diventa il simbolo di lotta e denuncia;  il malaugurato caso di Zia Concettina* potrebbe al massimo far parlare le male lingue del vicinato, perché diciamocelo non tutto è Hollywood e noi ahimè viviamo in una piccola contrada del nostro Bel Paese e siamo tante Zia Concettina con la paura che nonostante la denuncia non si venga tutelate abbastanza e si venga etichettate come “troie”.

Ah già, ma lo si fa a priori ormai…

Kate Winslet: “Il modo in cui Harvey Weinstein ha trattato queste vulnerabili e giovani donne non è il modo in cui una donna dovrebbe mai e poi mai credere di poter essere trattata. Non ho dubbi che per queste donne quel periodo è e continuerà ad essere traumatico. Il comportamento di Weinstein è vergognoso, spaventoso e davvero, davvero sbagliato. E mi fa sentire così arrabbiata! Non dovrà esserci tolleranza” – Repubblica.it

 

Zia Concettina* nome di fantasia, metafora, per indicare che la realtà, purtroppo, è anche più cruenta e silenziosa della patinata Hollywood. Le donne devono amare le altre donne, confortare ed aiutarsi, perseguendo un obiettivo comune, quello della dignità. La donna non è un oggetto, la donna che denuncia è potente e non è sola.  La donna che gode della comprensione altrui ritrova il coraggio. L’estrosa Asia Argento non è sola.  Ha ritrovato il coraggio. Neanche tu Zia Concettina sei sola, adesso c’è solo da ritrovare il coraggio.

Alessia Aleo

Meryl Streep: “Le vergognose notizie sul conto di Harvey Weinstein hanno disgustato quelli fra noi il cui lavoro aveva sostenuto, così come quelli le cui buone e nobili cause lui aveva appoggiato. Le donne coraggiose che hanno fatto sentire la propria voce per svelare questi abusi sono le nostre eroine. […] Non ero al corrente di questi altri comportamenti di natura illecita: non avevo idea degli accordi economici con attrici e colleghe; non sapevo degli incontri nella sua camera d’albergo, in bagno o di altri atti inappropriati di natura coercitiva. […] Questo genere di comportamento è ingiustificabile, ma questo genere di abuso di potere è diffuso. Ogni voce coraggiosa che si leva, che si fa sentire e che viene citata dalle sentinelle dei nostri media servirà in ultima analisi a cambiare le cose” – Repubblica.it

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