Rubrica a cura di Valeria Barbagallo
CI VUOLE CORAGGIO.
Ci sono argomenti che per la loro delicatezza inducono o dovrebbero indurre tutti ad un senso di responsabilità al solo pronunciarne il nome. La malattia per esempio. E’ un argomento che comprensibilmente appiattisce le rivalità tra avversari, fortifica i legami se va bene o, altrimenti, serve a selezionarli. Accade poi regali delle sorprese, rendendo titubanti quelli che solitamente sono spregiudicati e viceversa tiri fuori il carattere dalle “acque chete”. O semplicemente amplifichi le caratteristiche di ognuno.
E’ un tema che, peraltro, in maniera inaspettata è uscito dalla nebbia del pudore e da quella sorta di ritrosia a parlarne, diventando argomento di discussione pubblica o addirittura social.
Tracciare una riga netta e capire se questo sia un bene o un male andrebbe incontro ad una diagnosi certa: quella di qualunquismo. Ci sono, però, alcune dinamiche che si ripetono costantemente.
Si è abbandonato quella sorta di fatalismo che una volta accompagnava le brutte diagnosi dando l’etichetta di “spacciato” alla persona che sta male.
In questo senso oggi c’è una considerazione diversa, è esemplare una notizia di cronaca. Olga, una donna ricoverata all’ospedale di Alessandria per un tumore al cervello si è laureata proprio lì con una sessione speciale dell’università telematica Uninettuno, bello e commovente questo giusto riconoscimento di un percorso di sacrifici e studi. Vedere corone di alloro, fiori, osservare sorrisi e gioia in un luogo dove sono rari, ad eccezione del reparto di ostetricia sarà stato commovente. E ci fa riflettere come si riconosca un nuovo status al “malato” non più un soggetto che elemosina la permanenza in vita, la sopravvivenza, ma, al contrario, un soggetto in cui paradossalmente i desideri corrispondono ai bisogni. La vittoria è proprio assicurare quanto più possibile che i desideri rimangano tali anche dopo la scoperta della malattia. E’ un problema di visione, tempo fa una notizia di queste avrebbe suscitano un moto misto di commiserazione e sufficienza.
Accade anche altro quando si parla di malattia, impera una sorta di retorica della guerra: la malattia come male da combattere
La persona che sta male come combattente contro un nemico invisibile ma duro, un combattente che merita tutto l’appoggio degli alleati. Forse è proprio questa retorica che ha consentito di motivarsi, galvanizzarsi e compenetrarsi nei confronti dei soggetti colpiti. E’ comprensibile da parte di chi sta male e di chi gli è accanto spingere sul tasto dello scontro col male, una sorta di ricostituente, un’adrenalina simbolica. Il traguardo della vittoria tira fuori energie che, forse, non pensiamo di avere. Sorge però una perplessità: questa retorica rischia di etichettare i vincenti ma anche i perdenti. L’umanità ha impiegato secoli a liberarsi dall’idea assurda della malattia come colpa, non vorremmo che paradossalmente questa sorta di superstizione ignorante si ripresentasse sotto una forma solo apparentemente diversa: quelli che non ce la fanno è perchè non hanno lottato abbastanza.






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