Siamo alla fine del 1800, e in Sicilia nella masseria di Don Pepè in una non precisata zona del Calatino, dove la vita fino al giorno prima ferveva, là dove uomini, bestie, piante respiravano, si doveva svolgere il cùnsulu. Erano vivi, nel piano di sotto, gli uomini tutti in una stanza seduti ad occhi bassi in ossequioso silenzio, mentre nell’altra di stanza, al piano superiore le donne vegliavano il morto.
È un giorno di lutto, il nipote chissà per quale arcano mistero era salito su uno scecco che l’aveva strattonato a terra, da quel momento il ragazzo non s’era più ripreso e da lì a breve avrebbe raggiunto il trapasso. Sparsasi subito la voce in paese del tragico accaduto, tutto si mobilitò. Lo stesso Don Pepè chiamò per i riti funebri i portatori di fiaccola che vennero di gran corsa e dietro di loro vennero pure le immancabili prefiche dai lunghi capelli sciolti, vestite a puntino per l’occasione tutte di nero.
Iniziarono, ancor prima di varcare la soglia della masseria, a cantare lamenti al morto, disperate si strapparono i lunghi capelli e si diedero numerosi colpi sul petto, come da copione s’intende , pagate per l’occasione per piangere il giovane defunto. Era il tempo in cui in Sicilia, gli amici o i familiari più vicini alla famiglia in lutto che aveva subito una triste perdita, facevano pervenire ai colpiti della disgrazia il cosiddetto cùnsulu.
Quaggiù quando la morte varcava la porta era usanza non poter cucinare per almeno sette giorni. Il cùnsulu serviva a consolare i parenti vivi della perdita del loro caro con delle pietanze appropriate che servivano a dare animo ed energia ai vivi. Chi riceveva lu cùnsulu lo doveva a tempo debito restituire, alla prima occasione s’intende. E così delle donne portarono grandi ceste di vimini, il cùnsulu, e apparecchiarono una lunga tavola nella cucina, la masseria era diventata un via vai di gente, e poco per volta arrivarono i parenti dolenti. Avrebbero preso posto intorno al grande tavolo, con gli occhi sui piatti, avrebbero aspettato che le donne versassero il brodo fumante, odoroso, con le immancabili piccole polpettine di carne.
In silenzio, poi tutti avrebbero mangiato, il brodo “sciogghi vudedda” (sciogli budella) offerto da Don Fofò il primo cugino del massaro, che offriva il conforto ai colpiti, avendo ricevuto lui stesso il cùnsulu da Don Pepè, qualche anno prima in occasione della morte della sorella. L’offerente (colui che offriva il cùnsulu) Don Fofò ebbe cura di delegare la moglie Pinuzza di apparecchiare a dovere la tavola con piatti e biancheria proprie com’era di buon costume fare. Nella fonda consapevole angoscia dell’assenza di quel giovane carusu e di quanto gli era accaduto, ogni boccone sorseggiato con i cucchiai di quel brodo era per i parenti come un macigno al cuore.
Ma il tepore del brodo scioglieva piano piano la rigidità delle budella anch’esse messe a dura prova dalla commozione e dal pianto, e si cercava da lì a breve di far dimenticare, per quanto possibile, il dolore con il cibo. Il cùnsulu iniziava con il brodo sciogghi vudedda, previsto per il primo giorno. Arrivati al secondo giorno, la moglie di Don Fofò preparò un buon sugo di carne aggrassata per intenderci e con esso condì la pasta fatta in casa quella stessa notte dalle sue figlie, poi mise sull’immenso piatto di portata una generosa spolverata di cosacavaddu e gli tagliuzzò abbondante basilico odoroso.
Quale migliore antidoto per attenuare il dolore della giovine perdita, a seguire poi distribuì a tutti polpette con fave fresche e ricotta, cibi che in qualche modo , detto tra noi, avrebbero fatto resuscitare i morti. Il terzo giorno le cose iniziarono a farsi più serie e la donna portò a tavola l’immancabile caponata in agrodolce con patate, peperoni e ogni ben di Dio, e per l’occasione la donna ammazzò una decina di conigli e li cucinò a puntino cu a cipuddata.
Col passare dei giorni la tavola si trasformò in un vero banchetto luculliano, l’abbondanza era di casa, e quasi non c’era posto per posare le portate. Arrivati al settimo giorno, a tavola furono messe un’infinità di arancini, grossi come palloni, sformati di cavatelli con melanzane e ricotta e un maiale cotto intero, il pianto aveva lasciato il passo alle risa e ad una sfrenata ilarità. Nella famiglia colpita da un lutto non si poteva né si doveva cucinare, sia ben chiaro, non si poteva inoltre spazzare la casa. Certo sarebbe stato come voler scacciare l’anima del defunto che si aggirava ancora tra le pareti domestiche.
Calogero Matina- kalos






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