Sono stata adolescente nel pieno degli anni 90; la mia formazione socio-emotiva comprende quindi tutte le stagioni di Beverly Hills 90210 e tutte le puntate di “Non è la Rai”. In quel periodo c’era una regola fondamentale da rispettare: quando ci si lasciava col fidanzato/a di turno, tutto doveva avvenire in maniera drammatica e drammaturgica, in pieno stile “sceneggiata napoletana”.
L’amore era una cosa seria, complessa, misteriosa. Nasceva in maniera plateale e con la stessa dignità doveva finire per dare poi spazio ad un nuovo amore.
I ragazzi ti venivano a prendere a casa, suonavano il citofono, tu scendevi e ci si baciava con passione facendo attenzione agli occhi indiscreti. Altro che spuntine blu!
La citofonata era l’anticamera dell’apoteosi di un amore.
Nell’era digitale abbiamo perso la teatralità. Adesso tutto nasce con un like ad una foto o ad un post nell’evidente speranza che si possa costruire un sottile piano di avvicinamento alla preda.
Insomma, si capiscono subito certe cose.
Un like a un “buongiornissimo mondo”, su una frase di Osho o della Fallaci è insindacabilmente amore (suvvia, ognuno di noi ha le proprie macchie nel curriculum Facebook).
Ed è così che prendono vita questi fumosi corteggiamenti moderni fatti di emoticon e cagnolini con i cuoricini.
Poi parte tutta la messaggistica (a volte forzatamente ottimista) articolata.
Ci si dice “ti amo” su whatsapp o messenger e se non si è intimamente convinti delle parole che si scrivono non ha poi così importanza.
Infine la passione scema e i messaggi colmi di Eros e sensualità vengono sostituiti col pollice in su come risposta universale per tagliar corto.
E dalle mie indagini sociologiche (sì, sempre loro) ho anche appurato che ormai non ci si lascia più, adesso la fine di un amore è affidata a un unico pensiero: “ha visualizzato e non ha risposto”.
No, ai miei tempi no, non era così.
Si preparava tutto con cura.
C’erano le lettere per spiegarsi, c’era il dramma ben rappresentato: atto primo, atto secondo, atto terzo.
C’era il “ho bisogno di una pausa”, il “ti lascio perché ti amo troppo”, il “ti lascio perché non so più chi sono e devo ritrovare me stessa”, “ti lascio perché non ti merito” (parente di: “ti lascio perché ne meriti uno/a migliore di me”).
Mario Merola, ovunque tu sia, perdonaci tutti se puoi. E, ti prego, continua a farne un dramma.
Giusi Lo Bianco






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