“Cu nesci, arrinesci”: un vecchio detto, un significato profondo


Tra le espressioni più radicate nella cultura popolare siciliana ce n’è una che molti, qui sull’isola, conoscono fin da piccoli: “Cu nesci, arrinesci” – letteralmente “Chi esce, riesce”. È un proverbio semplice, composto da poche parole, ma carico di significato. Concepito e tramandato in un contesto storico e sociale ben preciso, questo detto racchiude in sé la speranza di una vita migliore e la consapevolezza che spesso per ottenerla bisogna muoversi, allargare gli orizzonti, esplorare nuovi mondi.

Origine e senso culturale

Le radici di “Cu nesci, arrinesci” affondano nella lunga storia migratoria della Sicilia. È un’espressione che nasce in un periodo in cui lasciare la propria terra non era solo un’opzione, ma spesso una necessità: mancanza di lavoro, crisi economiche, strutture sociali stagnanti, pochi sbocchi professionali. Questa frase divenne un mantra – un incoraggiamento a cercare fortuna altrove, a non rimanere intrappolati nella routine e nei limiti imposti dalla condizione locale. 

La stessa saggezza popolare la interpreta come un invito a uscire dalla comfort zone: non soltanto dalla Sicilia fisicamente, ma dalle convenzioni, dalle paure, dai pregiudizi. Significa – in senso più ampio – prendersi dei rischi, aprirsi alle opportunità e superare i confini dell’abitudine.

Questa frase è legata alla storia di emigrazione che ha coinvolto la nostra isola per decenni e persino secoli: un fenomeno che ha portato milioni di siciliani a trasferirsi nel Nord Italia, in Europa, nelle Americhe, in Australia e oltre, alla ricerca di un futuro più promettente.

Il proverbio nei secoli: emigrazione internazionali e interne

La Sicilia è da tempo immemore una terra di partenze. Fin dall’Ottocento e soprattutto nel Novecento, intere generazioni hanno lasciato i paesi e le città dell’isola per le Americhe e l’Europa, contribuendo alla costruzione di imponenti comunità di siciliani all’estero, come i cosiddetti siculoamericani negli Stati Uniti.

Il fenomeno non si è arrestato neppure nel XXI secolo. Secondo rapporti recenti, nel 2023 circa 15.000 siciliani hanno lasciato l’isola per trasferirsi all’estero in cerca di opportunità migliori, alimentando quella che molti sociologi definiscono una vera e propria “diaspora moderna”.

Parallelamente, migliaia di giovani si spostano ogni anno verso il Nord Italia o altre regioni italiane, alla ricerca di lavoro o formazione specialistica. Questa è una variante interna del proverbio: “uscire” dalla Sicilia non solo significa andare oltre loStivale, ma anche muoversi all’interno del Paese per realizzare progetti personali e professionali. 

“Cu nesci, arrinesci” oggi: mito o realtà?

La riflessione contemporanea su questo proverbio porta a porsi alcune domande: È ancora vero che chi va via ha più possibilità di successo? E cosa significa oggi “arrinesciri”?

Da un lato, i dati confermano che l’emigrazione non è un fenomeno superato: la Sicilia continua a registrare un saldo migratorio negativo, con giovani talenti e laureati che preferiscono trasferirsi altrove in cerca di prospettive migliori. Tuttavia, proprio questa dinamica porta con sé interrogativi più profondi: se chi parte “riesce”, cosa ne è della Sicilia che resta? Come può l’isola beneficiare delle esperienze maturate altrove se – nella maggior parte dei casi – chi emigra non torna?

Alcuni storici e antropologi riflettono sul fatto che, culturalmente, il proverbio sia stato interpretato quasi come un invito a fuggire, e non sempre come spinta a ritornare con nuove competenze e idee per migliorare la comunità locale.

Una parabola di speranza e responsabilità

Oggi “Cu nesci, arrinesci” può essere letto in chiave più ampia: non più solo come l’indicazione di successo nel mondo esterno, ma come invito a superare limiti interiori, a costruire reti tra Sicilia e resto del mondo, a valorizzare non solo chi parte ma anche chi sceglie di restare o di ritornare, portando con sé esperienze e conoscenze.

In un mondo globalizzato, il vero successo può non essere solo una partenza, ma anche la capacità di creare ponti tra culture, economie e comunità diverse: una lezione che il nostro proverbio, antico ma sempre vivo, continua a offrire.

 

Valeria Buremi

 

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