Ciclone “Harry” su Aci Castello: perché è stato così potente, cosa ha distrutto e come si riparte


Aci Castello e la Riviera dei Ciclopi stanno facendo i conti con una delle mareggiate più violente degli ultimi decenni: onde altissime, vento tempestoso, acqua e detriti in strada, attività sul mare letteralmente sventrate. L’evento – battezzato “ciclone Harry” – ha colpito soprattutto le coste ioniche della Sicilia orientale, in un quadro più ampio che ha coinvolto anche Calabria e Sardegna. 

Perché si è formato un ciclone così “cattivo”

Quello che ha investito il Sud non è “nato dal nulla”: è il risultato di una combinazione di ingredienti meteorologici che, messi insieme, sono esplosivi.

1) Un vortice di bassa pressione profondo e persistente
Le cronache meteo descrivono un vortice depressionario organizzato sul Mediterraneo centrale (tra Canale di Sardegna e coste nordafricane) capace di convogliare verso lo Ionio aria umida e vento molto intenso per ore e ore. 

2) “Carburante” dal mare: calore e umidità
Quando l’aria scorre su un mare relativamente caldo, evapora più acqua: quell’umidità diventa energia per nubi temporalesche e precipitazioni intense. È uno dei meccanismi chiave anche dei cicloni mediterranei (i cosiddetti medicanes, quando assumono caratteristiche “simil-tropicali”). 

3) Contrasto termico: aria fredda in quota + aria mite/umida al suolo
Il Mediterraneo è un “laboratorio” perfetto per le ciclogenesi: se arriva aria più fredda in alta quota sopra aria più calda e umida nei bassi strati, l’atmosfera diventa instabile e può organizzarsi in sistemi molto violenti. 

4) Effetto costa: venti e onde che picchiano sempre nello stesso modo
La devastazione sul litorale si spiega anche con la persistenza di vento e mare grosso su tratti esposti: se per molte ore le onde arrivano con la stessa direzione e intensità, l’erosione “mangia” protezioni, sottoservizi, muretti, e poi cede tutto insieme.

È “colpa” del cambiamento climatico?

Su una singola tempesta, la risposta scientificamente corretta è: non si può attribuire tutto a una sola causa. Però ci sono due punti solidi:

• Il Mediterraneo è un hotspot climatico e il riscaldamento aumenta umidità disponibile e intensità di alcuni estremi (piogge intense, mareggiate, tempeste). 

• La letteratura su cicloni mediterranei e medicanes indica che, in scenari futuri, la frequenza può anche non aumentare in modo lineare, ma gli eventi più intensi e gli impatti associati (pioggia estrema, storm surge, mareggiate) sono un rischio concreto in un mare più caldo e con livelli del mare in crescita. 

Tradotto: non serve chiamarlo “uragano” per capirne il punto. La costa ionica deve considerare plausibili altri eventi severi.

 

Capiterà ancora?

La risposta, purtroppo, è sì. Le ciclogenesi mediterranee e le tempeste accompagnate da mareggiate estreme fanno parte della dinamica climatica del bacino del Mediterraneo. I modelli meteorologici e gli studi climatologici indicano che il rischio di eventi con impatti rilevanti rimane elevato e tende ad aumentare soprattutto in presenza di una costa sempre più vulnerabile e di una forte pressione edilizia nelle aree esposte.

Anche dal punto di vista istituzionale, il messaggio che emerge in queste ore è chiaro: la fase della ricostruzione non può limitarsi a ripristinare ciò che c’era prima, ma deve tenere conto della possibilità concreta che fenomeni simili possano ripetersi negli anni a venire.

I danni ad Aci Castello e nelle zone colpite: cosa sappiamo finora

Nel Comune di Aci Castello, comprese le frazioni costiere come Aci Trezza, i danni si sono concentrati soprattutto lungo il fronte mare. L’acqua e i detriti trasportati dalle onde hanno invaso strade e aree pedonali, rendendo diversi tratti impercorribili per ore e causando disagi alla viabilità e alla sicurezza dei residenti.

Particolarmente colpite le infrastrutture del lungomare: muretti, marciapiedi, arredi urbani e opere di protezione sono stati danneggiati o in alcuni casi completamente divelti dalla forza del mare. Anche numerose attività commerciali e abitazioni affacciate sulla costa hanno subito allagamenti e danni strutturali a causa dell’ingresso dell’acqua e dell’impatto delle onde.

Grave anche la situazione degli stabilimenti balneari e dei lidi: diverse strutture risultano devastate, con il rischio concreto di ripercussioni sulla prossima stagione lavorativa e sull’occupazione legata al turismo.

Sul piano economico, una prima stima fornita direttamente dal sindaco parla di almeno 15 milioni di euro di danni per i soli interventi pubblici tra Aci Castello e Aci Trezza. Si tratta di una valutazione iniziale, destinata ad aumentare con il completamento delle perizie tecniche. A livello regionale, la Protezione Civile siciliana ha descritto un quadro complessivo molto pesante, sottolineando però come le misure preventive adottate – chiusure, ordinanze e allerta – abbiano contribuito a evitare vittime.

Come riprendere: dalla gestione dell’emergenza all’adattamento

Nell’immediato, la priorità resta la sicurezza. È necessario mettere in sicurezza lungomari, scarpate e sottoservizi come reti fognarie ed elettriche, interdicendo l’accesso alle aree ancora instabili. Fondamentale anche la rimozione rapida di detriti e sale marino, che accelera la corrosione di strutture metalliche e impianti, soprattutto quadri elettrici, serrande e infissi. Parallelamente, un censimento dei danni organizzato e standardizzato, con documentazione fotografica e schede tecniche, è indispensabile per velocizzare le procedure di ristoro ed evitare confusione nella fase di richiesta degli aiuti.

Nel medio periodo, la ricostruzione dovrà puntare a un ripristino funzionale, evitando i semplici “rattoppi”. Marciapiedi, parapetti e infrastrutture andranno ricostruiti tenendo conto di scenari di mareggiate estreme, con quote adeguate, sistemi di drenaggio efficaci e materiali più resistenti. In attesa degli interventi strutturali, potranno essere previste soluzioni temporanee di protezione, come barriere modulari e rinforzi localizzati. Per lidi e attività fronte mare servirà un piano dedicato, con tempi certi e autorizzazioni snelle, ma accompagnato da controlli rigorosi: ricostruire senza criteri significa esporsi a nuovi crolli al prossimo evento.

Guardando più lontano, entro i prossimi anni sarà inevitabile affrontare il tema dell’adattamento costiero. Serviranno studi aggiornati sulla pericolosità della costa, per capire dove e con quale intensità il mare può spingersi all’interno. Dove possibile, andranno realizzate opere di difesa mirate, come ripascimenti o barriere soffolte; dove invece queste soluzioni non risultano efficaci o sostenibili, sarà necessario valutare un arretramento ragionato di alcune funzioni esposte. Anche le regole urbanistiche dovranno essere ripensate: ricostruire esattamente com’era prima significa, di fatto, programmare il prossimo disastro.

 

Valeria Buremi

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