Italia, aria meno inquinata ma ancora maglia nera d’Europa


L’aria in Europa sta migliorando, ma l’Italia continua a essere uno dei Paesi con il peso sanitario più alto legato all’inquinamento atmosferico. I dati più recenti mostrano segnali incoraggianti, ma il quadro complessivo resta critico: nel confronto europeo, il nostro Paese rimane tra quelli con il maggior numero di morti premature attribuibili allo smog.

Meno superamenti, ma non basta

Secondo il rapporto “Mal’aria” di Legambiente, nel 2025 sono stati 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato il limite giornaliero di PM10 (50 microgrammi per metro cubo per un massimo di 35 giorni l’anno). Nel 2024 erano 25, 18 nel 2023 e 29 nel 2022.

Un miglioramento evidente, che testimonia come alcune politiche locali — limitazioni al traffico, zone a basse emissioni, incentivi alla mobilità elettrica — stiano producendo effetti.

Ma il dato positivo non cancella la realtà: molte aree urbane italiane, soprattutto nella Pianura Padana, continuano a registrare concentrazioni di polveri sottili tra le più alte d’Europa. E con i nuovi limiti europei in vigore dal 2030 — più stringenti e più vicini alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità — diverse città rischiano di trovarsi ancora fuori norma.

Il peso delle morti premature

L’ultimo rapporto della Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) conferma che tra il 2005 e il 2023 le morti premature legate alle PM2.5 nell’Unione europea sono diminuite del 57%.

Tuttavia, nel 2023 l’Italia è risultata tra i Paesi con il numero più alto di decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico in termini assoluti, insieme a Polonia e Germania. Un dato che pesa ancora di più se si considera che l’Italia non è lo Stato più popoloso dell’UE.

Le polveri sottili (PM2.5), il biossido di azoto (NO₂) e l’ozono troposferico restano i principali responsabili di patologie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche. Secondo le stime europee, l’inquinamento atmosferico continua a causare oltre 180.000 morti premature ogni anno nel continente.

Perché l’Italia soffre di più

Le ragioni sono in parte strutturali. La conformazione geografica della Pianura Padana — una conca chiusa tra Alpi e Appennini — favorisce il ristagno degli inquinanti. A questo si aggiungono:

• alta densità di traffico veicolare;

• forte presenza industriale;

• uso diffuso di caldaie a gas e biomasse per il riscaldamento;

• elevata concentrazione abitativa.

Il risultato è un’esposizione cronica a livelli di inquinamento superiori a quelli raccomandati dall’OMS per milioni di cittadini.

 

Le soluzioni sono note, la sfida è applicarle

Le strategie per invertire definitivamente la rotta esistono: elettrificazione dei trasporti, riduzione delle auto a combustione interna, potenziamento del trasporto pubblico, riqualificazione energetica degli edifici, accelerazione sulle rinnovabili e ampliamento delle aree verdi urbane.

Il punto non è sapere cosa fare, ma farlo in modo strutturale e coordinato.

L’Italia sta migliorando, ma resta ancora il Paese simbolo della crisi dell’aria in Europa occidentale. Se la tendenza positiva degli ultimi anni non verrà consolidata con interventi più incisivi, il rischio è di arrivare al 2030, quando entreranno pienamente in vigore i nuovi standard europei, ancora una volta in ritardo.

Respirare aria pulita non è un obiettivo ambientale astratto. È una questione sanitaria, economica e sociale. E per l’Italia, oggi più che mai, una priorità nazionale.

 

Valeria Buremi

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