A Catania la carne di cavallo è un simbolo culturale, un rito collettivo, un pezzo di identità cittadina. Basta passeggiare la sera tra le strade del centro storico o nei quartieri popolari per sentire il profumo delle polpette e delle salsicce di cavallo arrostite sulla brace. Locali storici rappresentano l’anima gastronomica della città, anche se la tradizione della carne equina vive soprattutto nelle storiche “putìe” e nelle macellerie con forno a carbone.
Negli ultimi anni, però, il dibattito sull’eliminazione o sulla drastica riduzione del consumo di carne di cavallo si è fatto più acceso. Le motivazioni sono diverse: sensibilità animalista crescente, cambiamenti nelle abitudini alimentari, maggiore diffusione di diete vegetariane e vegane, oltre a preoccupazioni sanitarie e normative. Ma quali sarebbero le conseguenze reali di una sua scomparsa dal panorama alimentare catanese?
Non si tratta solo di gusto, ma di memoria collettiva: generazioni di famiglie sono cresciute con l’abitudine della “carne di cavallo al sangue”, delle polpette speziate e delle grigliate serali consumate in compagnia. Togliere questo alimento significherebbe interrompere una tradizione radicata, con il rischio di appiattire l’identità gastronomica locale. In una città che ha già visto trasformazioni profonde nel tessuto urbano e commerciale, la perdita di un elemento così distintivo potrebbe contribuire a un’ulteriore omologazione culturale.
Non solo, dal punto di vista economico, la filiera della carne equina coinvolge allevatori, macellai, ristoratori e fornitori locali. A Catania esistono attività specializzate da decenni, spesso a conduzione familiare. Un eventuale divieto o forte limitazione avrebbe un impatto diretto su posti di lavoro e microeconomie di quartiere. In un territorio che affronta già sfide occupazionali significative, eliminare un settore tradizionale senza offrire alternative concrete potrebbe aggravare situazioni di precarietà economica.
È innegabile che la sensibilità verso il benessere animale sia cresciuta. Sempre più persone scelgono consapevolmente di ridurre o eliminare la carne dalla propria dieta. Tuttavia, una trasformazione culturale duratura dovrebbe nascere da un processo graduale e consapevole, non da un’imposizione improvvisa. Il rischio, altrimenti, è di creare fratture sociali tra chi considera la carne di cavallo una crudeltà e chi la vede come parte della propria identità e libertà di scelta.
Piuttosto che eliminare del tutto la carne di cavallo, si potrebbe puntare su controlli più rigorosi, maggiore trasparenza nella filiera e campagne di informazione sul consumo responsabile. Allo stesso tempo, valorizzare alternative gastronomiche locali potrebbe ampliare l’offerta senza cancellare il passato.
Catania è una città che ha sempre saputo fondere tradizione e innovazione. Il vero rischio non è soltanto togliere un alimento dalle tavole, ma perdere un pezzo di storia condivisa. La sfida sta nel trovare un equilibrio tra etica, economia e cultura, senza dimenticare che il cibo, in fondo, racconta chi siamo.
Giulia Manciagli






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