Transizione energetica è un motore di occupazione per il futuro


La transizione energetica non è soltanto una risposta all’emergenza climatica. È una trasformazione strutturale dell’economia globale che sta ridefinendo interi settori produttivi e, soprattutto, il mercato del lavoro. Secondo le stime della International Energy Agency, il passaggio verso un sistema energetico a basse emissioni potrebbe generare fino a 30 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Una cifra che segnala la portata di un cambiamento destinato a incidere su imprese, lavoratori e territori.

Parallelamente, numerose indagini sul mondo imprenditoriale evidenziano che una larga quota di aziende sta già assumendo o pianificando investimenti in competenze legate alla sostenibilità. La transizione green, dunque, non è un orizzonte teorico: è un processo in atto, che orienta le strategie industriali e le politiche di sviluppo.

I settori che trainano l’occupazione verde

La crescita dei cosiddetti “green jobs” riguarda innanzitutto i comparti direttamente coinvolti nella decarbonizzazione. Energie rinnovabili, riqualificazione energetica degli edifici, mobilità sostenibile e gestione intelligente delle reti sono i pilastri su cui si fonda questa nuova domanda di lavoro.

Non si tratta soltanto di installare impianti fotovoltaici o turbine eoliche. La transizione implica una revisione complessiva delle filiere produttive e dei modelli di consumo. Servono ingegneri energetici, tecnici specializzati, progettisti di reti intelligenti, ma anche analisti dei dati ambientali, esperti di finanza sostenibile e consulenti capaci di integrare criteri ESG nelle strategie aziendali.

In questo scenario, le competenze richieste non sono più rigidamente settoriali. La componente digitale si intreccia con quella ambientale, mentre la capacità di innovare diventa un requisito trasversale.

Il fattore umano e la sfida delle competenze ibride

Se i numeri parlano di milioni di nuovi posti di lavoro, la vera sfida è qualitativa. Il mercato evolve rapidamente: alcune professioni nascono, altre si trasformano, altre ancora richiedono aggiornamenti continui. Il risultato è una crescente domanda di competenze ibride, in cui conoscenze tecniche, digitali e ambientali convivono.

La Organisation for Economic Co-operation and Development ha sottolineato come i sistemi di istruzione e formazione debbano adattarsi con rapidità, introducendo percorsi di reskilling e upskilling per accompagnare lavoratori e imprese nella doppia transizione verde e digitale. Non è solo una questione di giovani generazioni: riguarda anche chi oggi opera nei settori tradizionali dell’energia e dell’industria e deve affrontare una riconversione professionale.

In questo contesto, la formazione continua diventa una condizione strutturale dell’occupabilità. Le imprese cercano figure capaci di apprendere, adattarsi e lavorare in contesti multidisciplinari. La sostenibilità non è più un comparto separato, ma un elemento integrato nelle strategie aziendali.

 

 

Infrastrutture e comunità: un nuovo modo di progettare

La trasformazione energetica incide anche sul rapporto tra infrastrutture e territori. Cresce l’attenzione verso le comunità locali e gli ambienti attraversati da nuovi impianti e reti. La sostenibilità, oggi, comprende una dimensione sociale oltre che ambientale.

Progettare un parco eolico o un impianto fotovoltaico significa considerare l’impatto paesaggistico, economico e occupazionale sulle aree coinvolte. In Italia, operatori come Enel Green Power hanno sviluppato modelli che integrano programmi di formazione e iniziative a favore dell’occupazione locale, nel tentativo di creare valore condiviso nei territori interessati.

Questa evoluzione richiede professionalità capaci non solo di gestire tecnologie avanzate, ma anche di dialogare con amministrazioni, cittadini e stakeholder. La transizione energetica diventa così un processo collettivo, che supera la dimensione puramente tecnica.

 

Valeria Buremi

Lascia un commento

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑