La deriva autoritaria e antidemocratica dell’Ungheria di Orbán preoccupa l’Europa


Dicono che il buongiorno si veda dal mattino. Se lo stesso vale per il Capodanno allora per l’Ungheria si prospettano tempi molto bui. Dal primo Gennaio, infatti, nel  Paese magiaro entreranno in vigore le nuove modifiche alla costituzione fortemente volute dal governo di centrodestra di Viktor Orbán. Oltre alla massiccia aggiunta di riferimenti alla mitologia e alla retorica nazionalistica, che vedono un proliferarsi di citazioni su Santo Stefano, la Sacra Corona, la diaspora delle minoranze magiare nel centro Europa, in un inno vaneggiante alla Grande Ungheria, le nuove norme approvate dai due terzi della maggioranza di cui è forte il “Fidesz” (l’Alleanza dei giovani democratici), il partito fondato nel marzo del 1988 da Orbán, sono l’estrema dimostrazione della deriva autoritaria che ha assunto negli ultimi tempi la politica di Budapest.

Il parlamento ungherese ha approvato nei giorni scorsi una legge che aumenta il controllo del governo sulla Banca Nazionale Ungherese, la Banca centrale del paese. Le nuove norme prevedono la perdita di poteri da parte del governatore della banca centrale che non potrà più controllare le nomine dei suoi vice, che saranno scelti direttamente dal Parlamento. Inoltre, il controllo dell’assemblea legislativa è stato esteso anche nei confronti dell’autorità incaricata di decidere i tassi di interesse e su quella che detiene il compito di vigilare sui mercati finanziari e sulle banche. Tutto questo proprio mentre l’Ungheria sta attraversano un periodo economico pessimo. Il fiorino, la valuta magiara, risulta essere sempre più debole all’interno del contesto internazionale, e le stime della Commissione Europea per il prossimo anno vedono l’Ungheria come uno dei Paesi dell’Est Europa con la crescita economica più bassa.

Ma, al di là del rischio di “contagio” economico, l’Ungheria potrebbe essere presa a modello sotto un profilo politico-culturale da altri paesi in difficoltà. Il Paese, infatti, entrato a far parte dell’Unione Europea nel 2004, comincia a vivere con insofferenza l’esperienza europea. Lo stesso Viktor Orbán ha dichiarato di non credere nell’Unione Europea, ma di prestare fede solo nell’Ungheria.

A causa di questa imperante retorica ultra-nazionalista, c’è il forte rischio che l’Ungheria, con l’autocrate Orbán, ammiratore dichiarato di Putin, si chiuda nell’autoritarismo e si sganci dal nuovo Est democratico e dall’Europa intera. La nuova Costituzione, infatti, rischia di compromettere definitivamente l’indipendenza tra i vari poteri dello Stato, e vedrà una riduzione delle libertà fondamentali: oltre alle riduzioni ai poteri della magistratura, si registrano anche cambiamenti delle leggi che regolano le attività religiose e la stampa. Proprio la situazione della libertà di espressione preoccupa maggiormente la comunità internazionale e l’opinione pubblica ungherese. La nuova legge sulla stampa, infatti, fissa un tetto massimo del 20% per le notizie di cronaca nera all’interno dei telegiornali e obbliga i giornalisti a citare le proprie fonti. Per mettere in pratica l’efficacia di questo provvedimento che ha tutte le caratteristiche di una vera e propria “legge bavaglio”, l’esecutivo di Orbán ha creato un organismo di controllo sui media a nomina naturalmente governativa, instaurando, di fatto, un clima di paura con cui il leader più autoritario d’Europa cerca di governare mentre l’economia e la società ungherese vanno alla deriva. Le nove leggi e norme liberticide risultano essere indici di un nazionalismo strisciante ed estremista il cui seme germoglia nella crisi economica.

Risulta chiaro che oggi, con queste leggi e questa linea di governo, l’Ungheria non sarebbe di certo ammessa all’interno dei Paesi facenti parte dell’Unione Europea, perché non più in grado di soddisfare i criteri sanciti da Copenaghen in materia di democrazia e di primato della legge. È per questo che nel Parlamento Europeo si è presa in esame la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona che consente di revocare i diritti di voto ai Paesi che non rispettano i principi fondamentali dell’Unione, vale a dire libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e dello Stato di diritto. Tutti principi che, almeno al momento, in Ungheria risultano essere seriamente compromessi.

Aurora Circià

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