Intervista di fronte ai Ciclopi con il cantautore bolognese Claudio Lolli


Acitrezza – 29 Agosto 2012, Lido dei Ciclopi.

Trovarsi faccia a faccia con uno tra i più grandi maestri della Storica Canzone d’Autore Italiana è forse uno dei piaceri più alti che si possono assaporare nella vita.

Sogni, utopie, speranze, il racconto del movimento politico attivo della generazione anni ’70 come specchio semiriflettente della nostra generazione racchiusi nelle poesie di un’unica persona.

Claudio Lolli, autore del disco capolavoro “Ho visto anche degli zingari felici”, prima del suo concerto presso il Lido dei Ciclopi, con infinita disponibilità e gentilezza, ci ha regalato un’intervista assai emozionante, sopratutto per chi come la sottoscritta è un’amante del genere.

Moleskine ed handycam pronte.

  •  Guardando l’incipit della sua carriera e soffermandoci a pensare alle sue prime esperienze, se le dico “Osteria delle Dame”, quali sono i suoi ricordi?

« Sono ricordi bellissimi, intanto perché ero giovane e poi perché era un posto molto vivace. Ho iniziato così. Questo posto era gestito in parte anche da Francesco ( *Guccini ) come socio, ed aveva questa abitudine, molto carina, il sabato sera dopo gli spettacoli organizzati, c’era una sorta di “palco libero” chi voleva poteva andare li, si portava la sua chitarra, con i suoi amici e poteva far ascoltare qualcosa della propria collezione. Io ci andavo spesso. Una sera ebbi questa fortuna: Francesco con il suo percorso artistico stava andando molto bene, anche dal punto di vista economico, e c’erano lì i suoi dirigenti della EMI che erano venuti a salutarlo, mi sentirono si complimentarono e mi fecero firmare il contratto quella sera stessa.»

  • I suoi brani sono profondi spunti di riflessione sia introspettivi che riguardanti la nostra “amara” società. Riusciremo mai ad abbracciare Godot e a smettere di essere uomini nascosti?

« Godot è meglio che non arriva, così continuiamo ad aspettarlo e almeno abbiamo qualcosa da fare. Fomentiamo l’utopia, la speranza, il desiderio. Uomini nascosti: dicevo che la mia generazione è come un fiume carsico che ha lunghi tratti sotto terra e poi a volte riemerge con splendore, fulgore per poi tornare sotto… »

  • Gli anni ’70 erano gli anni della rivoluzione culturale, gli anni in cui i giovani e non solo cercavano e avevano voglia di cambiare il mondo, secondo lei perché oggi i giovani vivono l’apatia, non troppo latente, del non volere agire, di non voler essere protagonisti attivi?

« Non lo so. Guarda io ho fatto il professore di liceo per trent’anni e sono sempre stato insieme ai ragazzi. Noi avevamo si molta più voglia di cambiare il mondo, e in parte l’abbiamo fatto, perché io non sono d’accoro di dire che la rivoluzione non c’è stata o che la nostra generazione ha perso come diceva Gaber, anche se credo lo dicesse con il suo solito spirito ironico. Qualcosa è cambiato: i rapporti con le donne, i rapporti con la famiglia, i rapporti con la cultura, con l’amore… quegli anni non ve li potete neanche immaginare, c’erano un’autorità e un autoritarismo rigidissimo nella famiglia, nella scuola … è questo quello che abbiamo cambiato. I giovani di oggi non lo so se sono così sopiti, io ho l’impressione che abbiano una sorta di paura nel mostrarsi diversi dagli altri; i ragazzi vivono il conformismo della felicità. L’ho ritrovato in qualche modo anche nei miei studenti, bisogna essere felici, bisogna essere belli, bisogna stare bene. Se un ragazzo oggi ha dei dubbi, delle perplessità su di sé, sul mondo, sulla politica, sull’altro sesso non è come durante la mia giovinezza, non è un segno distintivo per cui anche le ragazze ti cadevano ai piedi, ma adesso è l’emblema dello sfigato. C’è  un libro che adoro “Il giovane Holden””; molto spesso nella mia carriera scolastica ho fatto leggere, magari d’estate, ai miei ragazzi quest’ opera: “se vi piace andate avanti se no lasciate perdere” gli dicevo. I primi anni erano entusiasti di questa opinione inespressa, di questa insoddisfazione produttrice del “senso”. Negli ultimi anni (gli studenti)  mi dicevano “ma questo cos’ha, sta male? Perché non si cura? Perché non va dallo psichiatra?” . E’ come se lo stare male, il sentirsi inadeguati al mondo non fosse di moda. Però i ragazzi stanno male, tu sai quant’è la percentuale dei suicidi degli adolescenti italiani? Una delle più alte al mondo. Far finta di essere continuamente felici, di stare bene a tutti i costi è faticosissimo. Non ce lo si può permettere, bisogna ammettere di stare male, ho questi limiti, ho questo problema: risolviamolo ».

  • Quindi secondo lei non ci sono punti di contatto fra la vecchia e la nuova generazione?

« Punti di contatto tra persone che sono state giovani e quelle che sono giovani oggi ce ne sono sempre. C’è chi è più abituato ad esplicitarle, ad esprimerle e chi, purtroppo per lui, è abituato a reprimerle e ne tira fuori solo disperazione e autodistruzione. »

  • Come nasce una canzone-poesia di Claudio Lolli? Vengono prima le parole e poi la musica o viceversa? C’è qualche input particolare che le da l’ispirazione per poter scrivere un testo?

« Diceva Majakovskij: vai fuori con il taccuino, una matita e scrivi quello che vedi. Di solito io non sono un grande musicista, sono più un “letterato”, quindi una canzone nasce in particolar modo dalla tessitura delle parole. Ma a volte può anche capitare di trovarsi a fare una bella melodia, un bel giro armonico, e dopo puoi cercare un testo. Capisci bene che non può esserci una regola fissa. Quello che viene prima conduce per mano l’altra parte, e copulano insieme.»

  • La sua canzone “Borghesia”, nonostante sia stata scritta quattro decenni fa, é oggi come ieri sempre attuale. Questo modo di essere e di pensar che ci porta a provare “rabbia, pena, schifo e malinconia”, riuscirà mai a cambiare secondo lei nella nostra Italia?

« No perché la nostra Italia è sempre più bifolca, basta pensare a chi ci ha governato per vent’anni. Altri nazioni hanno avuto dei “grandi borghesi”, anche di destra, persone comunque dignitose, noi siamo arrivati veramente al guitto, al comico, ce lo siamo tenuti per vent’anni e leggevo stamattina in aereo che ce lo vogliono propinare nuovamente. Si vuole riproporre e sono sicuro che gli italiani lo voteranno nuovamente.»

  • Una riflessione volta agli ultimi fatti riguardanti l’emblematica situazione campana dove i libri di Giordano Bruno vengono gettati nella spazzatura, se veniamo ulteriormente depauperati del nostro “cibo per la mente” cosa rimarrà delle nostre coscienze critiche?

« La memoria non ha futuro. Non sono informatissimo su questo episodio ma quando si bruciano dei libri mi viene sempre in mente “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury: vuol dire proprio cancellare la memoria. La memoria è coscienza. La memoria è critica. La memoria è ricchezza di rapporti del mondo e da fastidio sapere di esserne privati, come in tutti i regimi dittatoriali, che diciamocelo, hanno proprio questo obiettivo!»

  • Insegnare è una vocazione, è una professione complessa e articolata, potremmo quindi definirlo come un percorso parallelo artistico di chi “vuole mandare un messaggio culturale” e sensibilizzare verso “l’amore per la sapienza”?

«Si! In parte si! Non c’è molta differenza fra scrivere delle cose in proprio e cercare di far leggere delle cose che hanno scritto altri, anzi se sei già “dentro” la scrittura riesci ad interessare di più gli studenti. C’è modo e modo di leggere Leopardi ad esempio. Alcuni studenti ti guardano con occhi curiosi e si chiedono se dietro quella noia scolastica mattutina ci può essere qualcosa di importante per la loro vita.»

  • Inevitabile la domanda sulla rivisitazione della sua “Ho visto anche zingari felici” a cura di Luca Carboni. Come nasce l’incontro metaforico tra due grandi artisti in Piazza Maggiore a Bologna?

« Il video è un passaggio di testimone. Lui è stato molto carino, molto gentile. Poteva anche non farlo.»

  • Può una canzone avere la forza di far cambiare le dinamiche evolutive dal punto di vista sociale?

« Non credo. Però la poesia e il surrogato della poesia che è la canzone possono in qualche modo scuotere la coscienza individuale e porre l’attenzione su qualcosa che magari prima non considerava, modificare quindi il punto di vista. Può nascere una catena con una ricaduta pubblica e sociale e forse anche politica. Majakovskij non ha fatto la rivoluzione, purtroppo l’ha anche subita in qualche modo, però certo la sua poesia ha scosso molto le coscienze e le intelligenze. In maniera limitata forse può.»

  • Il suo album del 2009 in chiave Jazz è “Love Songs”, come è stato entrare in toto nella sfera dell’amore?

« Ho fatto tantissimi dischi, alcuni pezzi sono molto conosciuti, tra le pieghe di questi pezzi c’erano delle altre canzoni considerate minori, d’amore, che però a me sembravano molto belle. Da qui la voglia di prenderle, risuonarle completamente in chiave non pop e riproporle perché hanno una loro bellezza intensa.»

  • Cos’è l’amore per Claudio Lolli?

«L’amore è tutto. Senza amore non esiste nulla. L’amore per qualsiasi cosa, sopratutto per una donna. Dante ad un certo punto del Paradiso s’inventa questa cosa, che secondo me è meravigliosa: le anime dei beati sono rappresentate da fiammelle e Dio è una sorta di specchio … l’amore si moltiplica, non divide. Se tu ami qualcosa o qualcuno c’è uno specchio. Ami una donna? Nella mia generazione significava amare anche gli altri, amare la politica, amare la voglia di cambiare il mondo, non toglieva dal mondo. Un amore privato ti metteva fortemente dentro il mondo. L’amore è uno specchio gigante e meraviglioso che moltiplica la tua energia vitale »

  • Ultima domanda: “sai come si dice, il mondo è fatto di scale, che c’è gente che scende, che c’è gente che sale”… lei in che gradino può dire di trovarsi?

«In cantina. Per fortuna in cantina: c’è fresco, c’è buio e si può sempre risalire.»

 

Alessia Aleo 

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