Alfie Evans avrebbe compiuto due anni fra pochi giorni, ma è morto nella notte del 28 aprile scorso nel Children’s Hosital Adler Hey di Liverpool. Il piccolo, la cui vicenda ha commosso il mondo intero, era nato il 9 maggio del 2016, ma il suo destino era stato segnato da una grave condizione neurologica di tipo degenerativo, che i medici britannici non sono riusciti ad identificare in modo definitivo.
L’incubo ha avuto inizio nel dicembre di quello stesso anno, quando Alfie venne ricoverato in urgenza per convulsioni presso l’ospedale pediatrico di Liverpool. Nei giorni successivi al ricovero le condizioni del piccolo peggiorarono a tal punto da ridurlo in uno stato semivegetativo. Ma i riflettori di tutti i media del mondo si accesero sul suo caso, quando i genitori, Thomas e Kate Evans, si opposero ai medici che, ritenendo più opportuno non proseguire nelle cure, a loro avviso ormai inutili, intendevano staccare il piccolo dalle apparecchiature che lo tenevano in vita. Il ricorso dei genitori fu presentato alla Corte di Giustizia di Liverpool, ebbe così inizio una dura battaglia legale combattuta fra appelli e ricorsi, fino anche alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sul “miglior interesse” di Alfie. Dopo l’intercessione di Papa Francesco, intervenne anche il governo italiano, concedendo la cittadinanza italiana al piccolo e offrendosi di ricoverarlo presso l’Ospedale Bambin Gesù di Roma. Ma nella serata del 23 aprile, dopo ore convulse, venne eseguita la sentenza, il piccolo venne staccato dalle apparecchiature. Alfie, fra la meraviglia generale, continuò a respirare autonomamente e dopo dieci ore dal distacco dal respiratore l’ospedale gli concesse ossigeno e fleboclisi.
L’ultimo atto della vicenda legale si consumò il 25 aprile con la Corte d’Appello di Londra che respinse l’ultimo tentativo degli Evans di trasportare Alfie a Roma da Liverpool. A questo punto i genitori fecero calare il silenzio sulla vicenda e annunciarono il desiderio di portare a casa il piccolo e l’intenzione di continuare a dialogare con l’ospedale pediatrico di Liverpool, peraltro fatto oggetto in quei giorni di manifestazioni e proteste.
Il giorno dopo la morte del piccolo, un migliaio di sostenitori della famiglia Evans si sono incontrati nel parco vicino all’ospedale e hanno lasciato volare in cielo una miriade di palloncini blu e viola per onorare il “guerriero” Alfie.
Questa drammatica vicenda ci propone diversi interrogativi di ordine morale prima che legale. È giusto che sia una Corte di Giustizia a decidere della vita e della morte, nel caso particolare, di un minore, contro la volontà dei genitori, un piccolo bambino colpito da una malattia degenerativa cerebrale che ne impedisce le funzioni vitali? In Italia dal 2017 è in vigore la legge sul testamento biologico che mette al centro l’umanità e la dignità del malato, ponendo precise regole in una materia per certi versi controversa. Il piccolo guerriero Alfie ci ha fatto riflettere su temi che stanno alla base della nostra civiltà, la libertà di scelta, non del tipo di cura, quella è codificata dalla scienza, ma di poter proseguire o meno le terapie. In Italia si discute se un uomo o una donna hanno il diritto di non essere sottoposti a quello che viene chiamato accanimento terapeutico. Nella “civilissima” Gran Bretagna invece un Tribunale da ragione ai medici che, contro la volontà chiaramente espressa da chi esercita la patria potestà, intendevano staccare la spina ad un piccolo malato di meno di due anni, peraltro senza una diagnosi certa.
Cari lettori oggi ci siamo andati ad impelagare in un caso di coscienza che ci deve far pensare. Noi italiani siamo la culla della civiltà occidentale, il nostro umanesimo, le nostre leggi non avrebbero mai consentito si verificasse nel nostro paese un caso come quello del piccolo Alfie. All’efficienza, all’efficacia e all’economicità necessarie per una sanità di buon livello noi aggiungiamo una qualità indispensabile, l’Umanità.Dott. Guido Rallo






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