Partendo da una prospettiva basata su limitate documentazioni, emerge un quadro frammentato della vita di William Shakespeare. Sappiamo che fu il figlio di un guantaio analfabeta e che contrasse un matrimonio giovanile. Tuttavia, oltre a queste informazioni, ci pervengono quasi esclusivamente le opere a lui attribuite.
È proprio a causa di questa scarsità di fonti che sono emerse teorie audaci, suggerendo varie ipotesi sulle sue origini, età, orientamento sessuale, e persino sul suo ruolo come intermediario. Una delle ipotesi più straordinarie lo vorrebbe addirittura di origini siciliane.
Secondo questa tesi, che suscita un certo grado di controversia, dietro al nome di William Shakespeare si celerebbe Michelangelo Florio, nativo di Messina, una figura storica nata nel 1564 da Giovanni Florio e Guglielma Scrollalancia. Florio, costretto a ripararsi a Treviso per sfuggire alle persecuzioni della Santa Inquisizione, compose la commedia “Tantu trafficu pi nenti” (“Molto rumore per nulla”), anticipando una delle opere più celebri di Shakespeare.
A Treviso, Florio fece la conoscenza di una giovane donna di nome Giulietta, di cui si innamorò profondamente. Tuttavia, a causa di dispute familiari, fu costretto a lasciarla e, poco dopo, la giovane morì. Successivamente, Florio, decise di trasferirsi a Londra, dove assunse l’identità di sua madre, Guglielma Scrolla-lancia, che in inglese si traduce appunto come William Shake-speare.
Ma facciamo un po’ di chiarezza per scoprire l’origine di questa teoria azzardata.
Nel 1927 un giornalista romano, Santi Paladino, con un suo articolo sul quotidiano fascista “L’Impero” del 4 febbraio dal titolo “Il grande tragico Shakespeare sarebbe italiano”, affermavache Shakespeare era lo stesso Florio (o meglio Michelangelo o Michel Agnolo, figlio di Giovanni Florio e di Guglielmina Crollalanza o Scrollalanza ) basandosi sul ritrovamento di un volumetto del calvinista Michelangelo Florio che conteneva numerosi proverbi presenti anche nell’Amleto. Su questa sua tesi pubblicò due libri, nel ‘29 e nel ‘55 («Un italiano autore delle opere shakespeariane»).
La teoria dell’origine messinese del Bardo venne poi ripresa nel 1950 dal professore Enrico Besta, docente di Storia del diritto italiano all’Università di Palermo, e nel 2002 da Martino Juvara da Ispica con la pubblicazione del volume “Shakespeare era italiano” in cui venivano riprese le tesi esposte tempo addietro arricchendole con alcuni particolari inediti frutto di sue ricerche. In particolare avrebbe chiarito il mistero del nome italiano del Bardo che, secondo lo studioso ispicese, era Michelangelo Florio, figlio di un medico e di una nobile siciliana, Guglielma Crollalanza, da cui la traduzione inglese di William Shakespeare.
La notizia fu una ghiottoneria per tutti gli organi di stampa non solo italiani, ricevendo il plauso dallo stesso Times, con un articolo di Richard Owen, dai toni sorprendentemente accondiscendenti verso la tesi di Iuvara.
Le tesi di Juvara fanno riferimento ad alcune “curiose” coincidenze. Per esempio, numerose opere di Shakespeare sono ambientate in Italia, tra cui “Il mercante di Venezia”, “I due gentiluomini di Verona”, “Giulio Cesare”, “Otello”, “La bisbetica domata”, “La tempesta” e “Romeo e Giulietta”, ognuna con personaggi italiani. Nell’opera “Amleto”, incontriamo Rosencrantze Guildenstern, due studenti danesi che frequentarono effettivamente l’Università di Padova insieme a Florio. Ne “Il mercante di Venezia”, il poeta dimostra una conoscenza della giurisdizione veneziana che un inglese del suo tempo difficilmente avrebbe potuto avere. Venezia è la cornice della celebre commedia, dove il giovane Bassanio conduce il pubblico alla scoperta di alcuni dei luoghi più affascinanti della città, tra canali e calli. E non è l’unico riferimento veneziano, poiché “Otello” ha la sua prima parte ambientata nella Repubblica di Venezia. E ancora, la bellissima Padova fa da sfondo alle avventure della “La bisbetica domata”, una delle commedie di Shakespeare di maggior successo. Milano, la città prediletta da parte della vicenda raccontata in “I due gentiluomini di Verona”, non poteva mancare.
In “Antonio e Cleopatra” è presente una scena ambientata nella casa di Pompeo Magno, situata a Messina e nota solo ai messinesi. Nell’opera “Molto rumore per nulla”, uno dei personaggi esclama “Mizzeca”, termine siciliano che un inglese del XVI secolo difficilmente avrebbe conosciuto. Questa famosa commedia degli equivoci ha come sfondo la splendida città di Messina, un autentico gioiello del Mediterraneo, ricostruito dopo i vari terremoti che l’hanno colpita. Alcuni luoghi di Messina sono legati alla figura di Michelangelo Florio, come l’area del Duomo di Messina, nel cuore del centro storico, e Castel Gonzaga, sulla cima del Monte Piselli, commissionato da Francesco Gonzaga nella metà del XVI secolo. “La tempesta” inizia a Milano per poi traslocare su una sperduta isola del Mediterraneo. Nonostante gli sforzi, non è stato possibile identificare il luogo esatto: è molto probabile che si tratti di un’isola immaginaria. Tuttavia, durante l’opera, compaiono altre città italiane. Una di queste è Napoli, con tutto il suo splendore medievale.
Tra i riferimenti del Bardo non può mancare Roma, cuore dell’Impero Romano, palcoscenico di molte opere di Shakespeare come “Antonio e Cleopatra”, “Coriolano” e “Tito Andronico”. E ancor di più, è il fulcro di “Giulio Cesare”, una tragedia che rievoca alcuni dei luoghi più belli della Città Eterna.
A Firenze, seguiamo le vicende di Elena e Bertram nell’opera “Tutto è bene quel che finisce bene”. Siracusa, fa da sfondo alla commedia “La commedia degli errori”. Infine, Palermo è protagonista nell’opera “Il racconto d’inverno”, con il Palazzo dei Normanni, uno dei simboli della città, perfettamente rappresentato.
A sostenere la tesi di Juvara sembra anche che a Londra, Shakespeare frequentasse un club. Tuttavia, nei registri ufficiali non compare nessuno con quel nome, ma compare un certo Michelangelo Florio. E quando Shakespeare morì nel 1616, non si tenne alcun lutto nazionale in Inghilterra, come se fosse morto un estraneo.
In definitiva, esiste un corpus di letteratura che sostiene questa tesi, e ancora oggi vengono prodotti saggi a riguardo. Non è probabilmente un caso che l’amministrazione di Messina, l’8 agosto 2011, abbia conferito la cittadinanza onoraria postuma al grande genio di William Shakespeare, in riconoscimento del suo indubbio interesse per la città in cui ha ambientato opere come “Molto rumore per nulla” e “Antonio e Cleopatra”.
Nessuna rievocazione dei luoghi italiani di Shakespeare può prescindere da Verona, teatro della tragica storia d’amore di “Romeo e Giulietta”. Ancora oggi, è possibile ammirare il celebre balcone della casa di Giulietta ( naturalmente un falso ), nel cuore del centro storico, dove i due innamorati scambiavano giuramenti d’amore.
In conclusione, William Shakespeare aveva chiaramente un profondo legame sentimentale con l’Italia, tanto da ambientarvi molte delle sue opere più celebri, sebbene non vi sia mai stato (almeno secondo le fonti disponibili finora). Tuttavia, non possiamo affermare con certezza che fosse italiano, né tantomeno messinese. William Shakespeare rimane inglese di nascita, almeno fino a prova contraria.
Danilo De Luca






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