Una ricerca dell’Università di Losanna e dell’INGV propone una lettura inedita dell’origine dell’Etna: non un classico vulcano da subduzione, né un hotspot, ma un gigante alimentato da magmi antichi intrappolati nel mantello superiore. Una scoperta che interessa da vicino Catania e tutti i paesi etnei.
L’Etna, per chi vive alle sue pendici, è una presenza quotidiana: si osserva dal balcone, si misura dalla cenere sui parabrezza, si ascolta nei boati delle notti più attive. Ma sotto quella familiarità si nasconde ancora una domanda fondamentale: perché il Mongibello è lì, proprio lì, e perché continua a essere così attivo?
Un nuovo studio pubblicato il 7 aprile 2026 sul Journal of Geophysical Research: Solid Earth prova a dare una risposta diversa da quelle finora più accettate. Il lavoro, firmato da ricercatori dell’Università di Losanna e dell’INGV, descrive l’Etna come una sorta di “condotto che perde”: un sistema capace di far risalire magmi già presenti nel mantello superiore, a circa 80 chilometri di profondità, attraverso fratture prodotte dai movimenti della placca in subduzione.
La novità è importante perché l’Etna non si lascia incasellare facilmente. Non si trova lungo una dorsale oceanica, non è un classico vulcano di subduzione come quelli degli archi insulari, e non è nemmeno il prodotto evidente di un punto caldo simile a quello delle Hawaii. La sua chimica, però, ha tratti che ricordano proprio i vulcani da hotspot, pur trovandosi in un contesto geologico molto diverso.
Secondo lo studio, il meccanismo potrebbe essere simile a quello dei cosiddetti “petit-spot”, piccoli vulcani sottomarini descritti per la prima volta da geologi giapponesi nel 2006. In quel caso, minuscole quantità di magma presenti nella parte alta del mantello riescono a risalire quando la placca si piega e si frattura. La sorpresa, per i ricercatori, è che un processo osservato finora in strutture alte poche centinaia di metri possa aiutare a spiegare un vulcano grande, complesso e attivo da circa 500 mila anni come l’Etna.
Il gruppo di ricerca ha analizzato campioni di lava emessi nel corso della lunga storia del vulcano, ricostruendone l’evoluzione chimica. Il dato chiave è la relativa costanza della composizione dei magmi nel tempo, anche quando il contesto tettonico attorno all’Etna cambiava. Questo rafforza l’ipotesi che il “motore” profondo del vulcano non dipenda solo da fusioni recenti, ma da magmi preesistenti nella cosiddetta zona a bassa velocità del mantello superiore.
Per il territorio etneo, la scoperta non significa che l’Etna diventi più pericoloso da un giorno all’altro. Significa, piuttosto, che gli scienziati stanno affinando il modello con cui interpretano il suo comportamento. Capire da dove arriva il magma, come risale e quali strutture profonde lo guidano è un passaggio essenziale per migliorare gli scenari di pericolosità e la lettura dei segnali registrati dalle reti di monitoraggio.
Il quadro operativo resta quello seguito quotidianamente dall’Osservatorio Etneo dell’INGV. Nel bollettino mensile pubblicato il 7 aprile, riferito a marzo 2026, l’Istituto segnala degassamento variabile ai crateri sommitali, episodiche emissioni di cenere dalla Bocca Nuova, sismicità complessivamente moderata con la sequenza del 3-4 marzo sul basso versante sud-orientale, e assenza di variazioni significative di lungo periodo nelle deformazioni del suolo.
La ricerca si inserisce anche in un dibattito più ampio sulle “radici” del vulcano. Un altro studio recente, pubblicato sul Bulletin of Volcanology, ha riletto i primi depositi vulcanici etnei collegandoli alla storia magmatica della Sicilia orientale e dell’area iblea, suggerendo che l’Etna non sia un corpo isolato, ma parte di una traiettoria geologica regionale più lunga e articolata.
In altre parole, il Mongibello continua a sorprendere non solo quando illumina il cielo con fontane di lava, ma anche quando costringe la scienza a rivedere le proprie categorie. Per Catania, Aci Castello, Acireale, Nicolosi, Zafferana, Linguaglossa e gli altri comuni che vivono all’ombra del vulcano, la notizia non è soltanto accademica: conoscere meglio l’Etna significa convivere con maggiore consapevolezza con uno dei sistemi naturali più studiati e imprevedibili d’Europa.
Valeria Buremi






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