Il primo anno del bambino resta il momento più fragile
Diventare madre, in Italia, continua troppo spesso a coincidere con una resa sul piano professionale. Non per scelta libera, ma per una somma di ostacoli: servizi insufficienti, orari rigidi, costi di cura, assenza di reti familiari. I numeri dell’Ispettorato nazionale del lavoro raccontano un fenomeno strutturale: nel 2024 sono state convalidate 60.756 dimissioni o risoluzioni consensuali di lavoratrici madri e lavoratori padri; 42.237 riguardano donne, pari al 69,5% del totale. Quasi la metà delle convalide si concentra entro il primo anno di vita del figlio, la fase in cui il rientro al lavoro diventa più difficile.
Il dato non va letto come una semplice statistica amministrativa. Dietro ogni convalida c’è una famiglia che riorganizza la propria vita e, nella maggior parte dei casi, una donna che arretra dal mercato del lavoro. Nel 2024, tra le motivazioni legate ai servizi di cura, 15.849 lavoratrici hanno indicato l’assenza di parenti di supporto; altre 16.573 hanno segnalato la difficoltà di conciliare lavoro e cura dei figli per ragioni connesse ai servizi disponibili.
Quando l’azienda non si adatta
Il problema non è soltanto fuori dall’impresa. È anche dentro l’organizzazione del lavoro. Nel 2024, 10.894 madri hanno indicato difficoltà di conciliazione legate all’azienda in cui lavoravano. Altre 8.551 hanno segnalato condizioni di lavoro gravose o difficilmente compatibili con la cura della prole. E 967 lavoratrici hanno dichiarato che il datore di lavoro non voleva concedere il part-time.
A completare il quadro ci sono le richieste di flessibilità non accolte: nel 2024, a fronte di 60.756 convalide, l’Ispettorato registra 1.403 casi di richieste di part-time o flessibilità non accordate a donne, contro 106 casi riferiti a uomini. Il dato fotografa una disparità ancora netta: la cura resta socialmente e professionalmente assegnata soprattutto alle madri.
In Sicilia il peso è più forte
In Sicilia questa frattura rischia di essere ancora più visibile. L’isola parte da una condizione occupazionale femminile più fragile rispetto al resto del Paese e da una rete di servizi per l’infanzia meno capillare. Secondo il rapporto “Le Equilibriste 2026” di Save the Children, elaborato con Istat, la Sicilia è in fondo alla classifica delle regioni “mother friendly”; nella dimensione dei servizi si conferma ultima tra le regioni italiane.
Il nodo degli asili nido è decisivo. In Italia, nell’anno educativo 2023/24, i posti nei servizi per la prima infanzia sono arrivati a 31,6 ogni 100 bambini sotto i tre anni. Ma la media nazionale nasconde divari profondi: Sicilia e Campania restano agli ultimi posti, pur raggiungendo la soglia del 15%.
Questo significa che, per molte famiglie siciliane, il rientro al lavoro dopo la nascita di un figlio non dipende solo dalla volontà della madre o dalla disponibilità del datore di lavoro. Dipende anche da un posto al nido che spesso non c’è, da un costo privato difficile da sostenere, da nonni non sempre presenti o in salute, da trasporti e tempi urbani che complicano ogni giornata.
Congedi: il divario tra madri e padri
Le politiche pubbliche hanno compiuto alcuni passi avanti, ma il sistema resta sbilanciato. In Italia il congedo obbligatorio di paternità dura dieci giorni lavorativi ed è retribuito al 100%. Il congedo parentale, invece, è riconosciuto ai genitori lavoratori dipendenti con un’indennità ordinaria pari al 30%, con tre mesi complessivi di coppia elevati all’80% secondo le novità introdotte dalle leggi di bilancio più recenti.
Il confronto con la Svezia mostra un modello diverso. Lì il beneficio parentale copre 480 giorni per figlio: 390 giorni sono collegati al reddito, mentre i restanti 90 sono pagati a importo fisso. Ogni genitore ha una quota individuale e una parte dei giorni è riservata, proprio per favorire una distribuzione più equilibrata della cura.
Non è una questione privata
La maternità non può essere trattata come un affare domestico. Quando una madre lascia il lavoro perché non trova un nido, perché l’azienda non concede flessibilità o perché non ha una rete familiare, il costo non ricade soltanto su di lei. Ricade sull’economia, sulla natalità, sulla qualità del lavoro e sul futuro dei territori.
Per la Sicilia, dove l’occupazione femminile resta una delle grandi questioni sociali, investire su nidi, tempo pieno, mense scolastiche, trasporti e flessibilità contrattuale non è una misura accessoria. È una politica di sviluppo. Perché una regione che costringe le madri a scegliere tra figli e lavoro rinuncia a una parte decisiva delle proprie energie migliori.
Valeria Buremi






Lascia un commento