Catania soffoca tra cemento e caldo: ora gli alberi diventano una priorità


Non basta dire “piantiamo alberi”. La domanda decisiva, oggi, è dove. Una recente ricerca pubblicata su Restoration Ecology ha provato a rispondere mappando l’Italia in base alla priorità di nuovi interventi di forestazione, valutando insieme quattro obiettivi: salute delle persone, connessione tra ecosistemi, clima e gestione dell’acqua. Il risultato, rilanciato anche sui social con una cartina diventata virale, mostra una Sicilia orientale tutt’altro che marginale: l’area etnea e il territorio attorno a Catania appaiono tra le zone a maggiore priorità.

Il dato colpisce perché riguarda un territorio già segnato da una presenza naturale imponente: l’Etna. Ma il rosso sulla mappa non va letto in modo automatico come “colpa del vulcano”. Più correttamente, indica che in quest’area nuovi alberi e nuove infrastrutture verdi potrebbero produrre benefici importanti, soprattutto dove densità abitativa, caldo, superfici impermeabili, traffico e fragilità idrogeologica si sommano.

Non solo Etna: perché l’area catanese è sensibile

L’Etna emette naturalmente gas in atmosfera. L’Osservatorio Etneo dell’INGV ricorda che i vulcani rilasciano vapore acqueo, anidride carbonica e biossido di zolfo, oltre ad altri gas secondari; il monitoraggio serve anche a valutare le ricadute sull’ambiente e sulle popolazioni che vivono alle pendici del vulcano. 

Tuttavia sarebbe fuorviante attribuire la priorità di riforestazione soltanto ai gas vulcanici. Gli alberi non sono una barriera magica contro l’anidride solforosa, né possono eliminare il problema della cenere durante le fasi eruttive. Possono però contribuire a rendere più vivibili i centri urbani e periurbani: ombreggiano strade e piazze, riducono l’isola di calore, intercettano parte del particolato, migliorano il drenaggio dell’acqua piovana e aumentano la qualità dello spazio pubblico.

Il punto, quindi, non è “piantare alberi per fermare l’Etna”, ma progettare più verde per rendere Catania e i comuni pedemontani più resilienti a caldo, piogge intense, inquinamento urbano e consumo di suolo.

Il verde come infrastruttura sanitaria

L’Agenzia europea dell’ambiente sottolinea che l’accesso a spazi verdi di qualità, insieme alla riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico, ha effetti positivi sulla salute e sulla qualità della vita. La stessa Agenzia evidenzia come le città siano particolarmente esposte sia all’inquinamento sia all’aumento delle temperature, aggravato dall’effetto “isola di calore”. 

Per Catania questo tema è concreto. In un territorio dove molte strade sono strette, asfaltate, con poche ombre e spesso prive di alberature continue, il verde urbano non è un ornamento. È una misura di adattamento climatico. Un filare ben progettato lungo un asse trafficato, una piazza demineralizzata, un parcheggio trasformato con alberi e superfici drenanti possono incidere sulla temperatura percepita e sulla vivibilità quotidiana.

La questione è ancora più urgente nei quartieri più popolosi e nelle zone dove il verde fruibile è scarso. Durante un incontro all’Università di Catania, è stato ricordato che l’OMS indica come riferimento 15 metri quadrati di verde per abitante e la possibilità di raggiungere un’area verde entro 300 metri; nello stesso contesto è stato evidenziato che Catania è tra le grandi città italiane con minore disponibilità di verde fruibile. 

Alberi, acqua e suolo: il nodo degli allagamenti

C’è poi un altro aspetto spesso sottovalutato: l’acqua. Ispra segnala che il consumo di suolo riduce il cosiddetto “effetto spugna”, cioè la capacità del terreno di assorbire e trattenere l’acqua, con costi ambientali ed economici rilevanti. Nel 2023, secondo l’Istituto, il consumo di suolo in Italia ha continuato ad avanzare al ritmo di circa 20 ettari al giorno, mentre in Sicilia l’incremento è stato tra i più alti a livello regionale. 

In un’area come quella catanese, dove le piogge intense possono trasformare rapidamente le strade in canali, piantare alberi deve andare insieme alla creazione di suoli permeabili, giardini pluviali, aiuole drenanti e corridoi verdi. L’albero da solo non basta se resta incastrato in una piccola buca nel cemento. Serve spazio per le radici, manutenzione, scelta corretta delle specie e continuità ecologica.

La lezione della mappa: priorità alle città più esposte

Lo studio citato da Restoration Ecology indica che oltre metà del territorio italiano sarebbe potenzialmente idoneo a ospitare nuovi alberi, ma le aree davvero utili cambiano a seconda dell’obiettivo: biodiversità, salute, clima o gestione dell’acqua. Le zone urbane e agricole più frammentate risultano spesso strategiche perché permettono di ottenere più benefici insieme. 

Per la provincia di Catania questo significa guardare non solo al capoluogo, ma anche alla cintura etnea: Misterbianco, Gravina, San Giovanni la Punta, Mascalucia, Tremestieri, Aci Catena, Acireale e gli altri comuni dove urbanizzazione, traffico e pendolarismo hanno modificato il paesaggio. Qui il verde può diventare una rete: parchi di quartiere, alberature stradali, aree agricole periurbane, corridoi ecologici lungo torrenti e margini stradali.

Piantare sì, ma con criterio

La mappa rossa attorno all’Etna non dice che ogni terreno libero debba diventare bosco. In Sicilia, e soprattutto in ambiente mediterraneo, piantare alberi richiede attenzione: disponibilità d’acqua, specie autoctone o adatte al clima, rischio incendi, manutenzione nei primi anni, compatibilità con agricoltura e paesaggio.

La priorità dovrebbe essere chiara: più ombra dove vivono le persone, più suolo permeabile dove l’acqua oggi scorre sul cemento, più continuità verde tra città e campagna. Non una campagna simbolica da inaugurare con una foto, ma una politica pubblica da misurare negli anni.

Catania non ha bisogno di alberi come arredo. Ha bisogno di alberi come infrastruttura: sanitaria, climatica, urbana. E la cartina che colora di rosso l’area etnea, più che un allarme, può essere letta come un’indicazione di lavoro. Il vulcano resta parte della nostra identità e della nostra complessità ambientale. Ma è nelle strade, nelle piazze, nei quartieri e nei comuni della cintura metropolitana che si decide quanto verde servirà per affrontare gli anni più caldi che ci aspettano.

 

Valeria Buremi

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