L’ascensore sociale continua a muoversi, ma non sempre porta ai piani superiori. Per molti giovani italiani la probabilità di occupare una posizione meno favorevole rispetto a quella della famiglia di origine è diventata più alta della possibilità di migliorare la propria condizione. Non si tratta soltanto di una percezione diffusa o del racconto di una generazione alle prese con contratti fragili e prospettive incerte. A documentare il fenomeno è il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, che dedica un approfondimento alla mobilità sociale intergenerazionale.
Il dato di partenza può sembrare positivo. In Italia la mobilità sociale assoluta, cioè la quota di persone che a 30 anni appartiene a una classe occupazionale diversa da quella dei genitori, è aumentata nel tempo. Riguardava il 70,8 per cento dei nati prima degli anni Cinquanta e raggiunge il 73,6 per cento tra i nati dal 1980 al 1994. Ma cambiare posizione non significa necessariamente salire.
Il sorpasso della mobilità discendente
Per le generazioni precedenti il passaggio verso una classe sociale più elevata era più frequente della discesa. Tra i nati dal 1980 al 1994 avviene invece un’inversione di tendenza: la mobilità discendente arriva al 27,1 per cento, mentre quella ascendente si ferma al 25,1 per cento. Per la prima volta, tra i gruppi analizzati dall’Istat, il rischio di perdere terreno supera la possibilità di avanzare nella scala sociale.
Il cambiamento è legato anche alla trasformazione del mercato del lavoro. L’espansione delle classi medie e superiori ha rallentato, mentre sono diminuiti i lavoratori autonomi e gli operai qualificati. Parallelamente sono aumentati gli occupati nei servizi a bassa qualificazione. Secondo l’Istat, la frenata diventa visibile dalla metà degli anni Novanta e si rafforza dopo la recessione iniziata nel 2008.
La fotografia è quella di un Paese nel quale i giovani si muovono molto, ma spesso senza trovare occasioni sufficienti per migliorare la propria condizione. Il titolo di studio continua a offrire maggiori opportunità, ma non neutralizza gli effetti del contesto familiare e del territorio nel quale si vive.
Il peso della famiglia di origine
Il Rapporto Istat distingue la mobilità assoluta dalla mobilità relativa, che misura quanto le origini sociali influenzino le possibilità di raggiungere determinate posizioni. Da questo punto di vista, l’Italia resta lontana da una piena uguaglianza delle opportunità.
Tra i nati dal 1980 al 1994, chi proviene da una famiglia di grandi imprenditori o alti dirigenti ha una probabilità 10,3 volte superiore di rimanere nella stessa classe rispetto a chi raggiunge il vertice partendo da altre condizioni sociali. Il valore era ancora più elevato tra i nati prima del 1950, ma il dato più recente mostra quanto il vantaggio iniziale continui a incidere sui percorsi individuali.
La famiglia non rappresenta soltanto una rete economica. Conta anche attraverso le relazioni, le conoscenze, il livello di istruzione dei genitori e la possibilità di sostenere percorsi formativi più lunghi. Per chi parte da una condizione meno favorevole, l’accesso alle professioni più qualificate resta più complesso.
Le donne cambiano posizione più spesso
L’analisi dell’Istat evidenzia anche una differenza di genere. Tra le persone nate dal 1980 al 1994, il 78,6 per cento delle donne occupa a 30 anni una posizione diversa da quella della famiglia di origine. Tra gli uomini la percentuale scende al 69,8 per cento.
Per gli uomini della generazione più giovane la mobilità discendente supera quella ascendente. Tra le donne, invece, la mobilità verso l’alto resta ancora leggermente più diffusa di quella verso il basso, nonostante un peggioramento rispetto alle generazioni precedenti.
Il dato non cancella le disuguaglianze che continuano a caratterizzare il mercato del lavoro femminile, ma racconta una trasformazione sociale importante: per molte donne l’ingresso nel mondo del lavoro e l’aumento dei livelli di istruzione hanno rappresentato un elemento di cambiamento rispetto alla condizione familiare di partenza.
Sicilia, il percorso a ostacoli dei giovani
In Sicilia il tema dell’ascensore sociale si intreccia con un mercato del lavoro più debole rispetto alla media nazionale. I dati regionali non consentono di calcolare direttamente lo stesso indicatore di mobilità intergenerazionale utilizzato dall’Istat per l’intero Paese. Tuttavia, il rapporto BesT Sicilia 2025 offre alcuni elementi utili per comprendere il contesto nel quale i giovani dell’Isola cercano di costruire il proprio futuro.
Nel 2024 il tasso di occupazione dei giovani siciliani tra i 15 e i 29 anni si è fermato al 23,5 per cento, contro il 34,4 per cento registrato in Italia. La mancata partecipazione al lavoro ha raggiunto il 47 per cento, quasi il doppio del dato nazionale, pari al 25,7 per cento. Anche la quota di giovani che non studiano e non lavorano resta elevata: i cosiddetti Neet sono il 25,7 per cento in Sicilia, mentre la media italiana è del 15,2 per cento.
All’interno dell’Isola non mancano differenze significative. Ragusa presenta indicatori migliori rispetto alle altre province siciliane: il tasso di occupazione giovanile raggiunge il 38,1 per cento e la quota dei Neet è vicina alla media nazionale. Ma il quadro complessivo resta fragile. Nel 2023 la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti siciliani assicurati all’Inps era pari a 17.135 euro, con uno scarto di 6.495 euro rispetto alla media italiana.
Il rischio di perdere competenze
Le difficoltà occupazionali contribuiscono ad alimentare le partenze. Secondo la Svimez, dal 2002 al 2024 quasi un milione di giovani under 35 ha trasferito la propria residenza dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Considerando i rientri, la perdita netta di popolazione meridionale tra i 25 e i 34 anni supera le 500 mila unità, comprese circa 270 mila persone laureate. Nel solo 2024 i giovani laureati partiti dal Sud verso il Centro-Nord sono stati circa 23 mila. I numeri riguardano l’intero Mezzogiorno e non soltanto la Sicilia, ma descrivono un fenomeno che interessa direttamente anche l’Isola.
Il problema non è la libertà di partire, studiare o lavorare altrove. La criticità emerge quando il trasferimento diventa una scelta obbligata per trovare opportunità adeguate alle proprie competenze. In questo scenario, la mobilità geografica rischia di sostituire l’ascensore sociale: per migliorare la propria condizione, molti giovani devono prima lasciare il territorio nel quale sono cresciuti.
Valeria Buremi






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