Secondo gli ultimi dati Istat, nella media del 2025 l’occupazione in Italia è cresciuta di 185 mila unità rispetto all’anno precedente, con un tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni salito al 62,5%. Tuttavia, dietro questo dato positivo si nasconde una trasformazione importante: l’aumento degli occupati riguarda soprattutto chi ha almeno 50 anni, mentre le fasce più giovani continuano a perdere peso nel mercato del lavoro.
Sempre meno giovani, sempre più lavoratori maturi
Negli ultimi vent’anni il mercato del lavoro italiano ha beneficiato soprattutto della crescita dell’occupazione tra i 50 e i 64 anni. A incidere sono stati diversi fattori: l’allungamento dell’età lavorativa, le riforme pensionistiche, una maggiore permanenza al lavoro e, in parte, anche l’aumento della partecipazione femminile nelle fasce adulte.
Il dato più recente conferma questa direzione: nel 2025 l’aumento complessivo degli occupati è stato accompagnato da una crescita di 409 mila lavoratori over 50, mentre gli under 50 sono diminuiti complessivamente di 224 mila unità. In particolare, la fascia 15-34 anni ha registrato un calo di 109 mila occupati.
Il risultato è un mercato del lavoro sempre più sostenuto da lavoratori maturi, mentre diminuisce il contributo delle nuove generazioni. Questo non significa che gli over 50 rappresentino un problema, anzi: la loro presenza è oggi fondamentale per la tenuta del sistema produttivo. Il punto critico è un altro: se non entrano abbastanza giovani nel mondo del lavoro, il ricambio generazionale diventa più debole e le imprese rischiano di trovarsi con meno competenze disponibili nei prossimi anni.
Il peso del saldo naturale negativo
Alla base di questo scenario c’è il declino demografico. Nel 2025, secondo Istat, in Italia sono nate circa 355 mila persone, il 3,9% in meno rispetto al 2024, mentre i decessi sono stati 652 mila. Il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e morti, è stato quindi negativo per circa 296 mila unità, peggiorando rispetto all’anno precedente.
In altre parole, ogni anno il Paese perde popolazione “per via naturale”. I flussi migratori possono attenuare questa dinamica, ma non bastano da soli a compensarla. Nel frattempo cambia anche la composizione della popolazione: diminuiscono i giovani, aumentano gli anziani e la generazione dei baby boomers si avvicina progressivamente alla pensione.
Questa trasformazione avrà conseguenze dirette sulla forza lavoro disponibile. La Banca d’Italia ha sottolineato che nei prossimi anni l’invecchiamento della popolazione continuerà a frenare l’offerta di lavoro, anche se l’impatto potrà essere parzialmente compensato da un aumento dei tassi di partecipazione, in particolare tra donne, giovani e persone oggi inattive.
Il rischio per la crescita economica
Meno persone in età lavorativa significano meno forza lavoro disponibile. Questo può tradursi in un rallentamento della capacità produttiva del Paese, soprattutto nei settori che già oggi faticano a trovare personale: servizi alla persona, sanità, edilizia, manifattura, turismo, agricoltura e professioni tecniche.
Il problema non riguarda solo il numero dei lavoratori, ma anche la qualità delle competenze. Se i giovani entrano più tardi nel mondo del lavoro, emigrano o restano inattivi, il sistema produttivo perde energie, innovazione e capacità di adattamento. Per questo la questione demografica si intreccia con scuola, università, formazione professionale, politiche attive del lavoro e attrattività dei territori.
Mezzogiorno e Sicilia: il nodo dello spopolamento
Nel Sud Italia il fenomeno assume contorni ancora più delicati. Alle dinamiche nazionali si aggiungono le migrazioni interne, che continuano a svuotare molte aree del Mezzogiorno. Secondo Svimez e Save the Children, tra il 2002 e il 2024 quasi 350 mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud per trasferirsi al Centro-Nord, con una perdita netta di circa 270 mila giovani qualificati.
È un dato che riguarda da vicino anche la Sicilia e i territori locali. Quando un giovane formato lascia la propria città per cercare opportunità altrove, il territorio perde capitale umano, competenze e potenziale di sviluppo. A lungo andare, questo indebolisce il tessuto economico locale, riduce la capacità delle imprese di innovare e accentua i divari territoriali.
Le possibili risposte
Per limitare gli effetti del declino demografico non esiste una sola soluzione. Servono più leve: aumentare la partecipazione femminile al lavoro, ridurre l’inattività, favorire l’ingresso stabile dei giovani, investire in formazione continua, rendere i territori più attrattivi e gestire meglio i flussi migratori.
Anche le imprese sono chiamate a fare la loro parte, puntando su welfare aziendale, flessibilità, percorsi di crescita, formazione e politiche di inclusione. Trattenere i giovani e valorizzare i lavoratori più esperti non sono obiettivi alternativi, ma complementari.
La transizione demografica, dunque, non è un tema lontano o astratto. Sta già cambiando il lavoro, le imprese e le comunità locali. E nei prossimi decenni potrebbe ridefinire non solo il sistema pensionistico e sanitario, ma anche il potenziale economico dell’Italia e dei suoi territori.
Valeria Buremi






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