Elezioni in Iran: repressione dei media e raddoppio delle esecuzioni


Votare, in un Paese a rischio come l’Iran, costa caro. Un costo che si quantifica in termini di repressioni, torture ed esecuzioni. La sfida tra Khamanei e Ahmadinejad probabilmente non porterà cambiamenti all’interno del quadro politico iraniano, ma di certo un risultato, tutt’altro che positivo, lo ha già registrato: alla vigilia delle elezioni l’opposizione e i media hanno dovuto fare i conti con una dura repressione. Il regime iraniano, come ogni regime che si rispetti del resto, non vede di buon occhio il mondo di internet, e lo ha dimostrato chiaramente: per contrastare i rigurgiti di democrazia telematica è stata istituita di recente una squadra addetta al monitoraggio, ed eventuale oscuramento, del web, la Cyberpolizia. Prima vittima il blogger Mehdi Khazali che, arrestato a gennaio, è stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere, ai quali seguiranno 10 anni di “esilio interno”. Per protestare contro la sua detenzione Khazali, rinchiuso nella prigione di Evin, ha intrapreso da quaranta giorni uno sciopero della fame. A condividere lo stesso luogo di detenzione è anche Abdolfattah Soltani, il fondatore del Centro per i difensori dei diritti umani, arrestato lo scorso settembre. I giornalisti non se la passano di certo meglio: la Bbc ha denunciato che familiari dei collaboratori del servizio in lingua persiana sono stati vittime di intimidazioni, arresti, confini solitari e anche sequestri di passaporto.

La situazione è grave. Lo dimostra anche il numero delle esecuzioni in pubblico e delle condanne a morte: le prime sono quadruplicate e le seconde sono raddoppiate rispetto all’anno precedente. I dati riportati dai media parlano di 600 esecuzioni, ma è difficile dare una stima precisa visto che Teheran non fornisce numeri ufficiali ed è altamente probabile che molte esecuzioni avvengano in segreto. Negli ultimi mesi un’eccezionale ondata di arresti ha colpito, inoltre, avvocati, studenti, giornalisti, attivisti politici e i loro congiunti, nonché esponenti di minoranze religiose, autori cinematografici e quanti hanno contatti con l’esterno, in particolare con la stampa estera. Numerose le ong chiuse di recente. I leader dell’opposizione, Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, sono agli arresti domiciliari dal febbraio 2011.

Da questo quadro sommario appare chiaro, però, che oggi in Iran chiunque è a rischio se si rende protagonista di qualsiasi atto possa situarsi al di là dei ristretti confini di ciò che le autorità considerano accettabile dal punto di vista sociale e politico. Sembra che ogni forma di protesta pubblica sia stata fermata, con lunghe condanne al carcere o con la pena di morte, in nome di articoli del Codice Penale che definiscono come minaccia alla sicurezza interna le manifestazioni, i dibattiti e  la formazione di gruppi e associazioni. Proprio tutti quei criteri che si trovano alla base di una democrazia così come dovrebbe essere universalmente intesa.

 

Aurora Circià

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