“Il teatrino delle meraviglie”, tra surrealismo e realtà (riflessioni di uno spettatore)


Ritornare al teatro Musco di Catania per assistere alla messa in scena dell’opera di Miguel de Cervantes autore teatrale, o meglio commediografo, mi riporta agli anni del liceo, quando, galvanizzati, entravamo in questo ambiente familiare e caldo, capace, pur essendo piccolo, di mettere a proprio agio giovani che incontravano attori esperti in un’atmosfera in cui risuonava con vigore, fin dentro lo stomaco, quel calpestio sulle tavole del palcoscenico. È ovvio che non tutti ci accomodavamo nelle poltrone per assistere allo spettacolo, e ricordo bene che le rappresentazioni, a volte, risultavano ostiche da digerire; eppure capitava, e capita, che anche la più semplice delle commedie, scritta da mani superbe, trasmettesse dei valori complessi. Lo spettatore non può che stupirsi e riflettere su ciò che ha visto; è, forse, questa la meraviglia del “teatrino delle meraviglie”?

Il testo teatrale proposto dal regista Roberto Laganà Manoli è tratto da Otto commedie e otto intermezzi, che includono la commedia Pedro de Urdemalas e, appunto, El retablo de las maravillas. Alla platea appare una scenografia in divenire, la posizione degli elementi scenici suggerisce un’ambientazione che da un lato sembra in costruzione, dall’altro ha la capacità di adattarsi ad ogni momento della commedia e degli intermezzi; la definirei semplice, precisa ed essenziale. L’entrata in scena segue lo stesso principio: un folla di attori si accalca contro le poltrone, sbatte letteralmente gli accessori contro il pubblico e, seguendo lo schema dei corridoi, si riversa sul palco come un gruppo di giovani vogliosi di cominciare le prove. La passione delle musiche e delle movenze spagnoleggianti, che tanto si avvicinano a quelle della nostra tradizione siciliana per ovvi motivi, fungono da collante e da introduzione ad ogni messa in scena.

Sin dai primi minuti di spettacolo si ha un crescendo di qualità della recitazione. Le simpatiche rappresentazioni hanno come tema principale quello dell’astio coniugale che porta ad una irrefrenabile voglia di separazione da parte dei coniugi; le grasse risate, che spesso mi ricordavano quelle di Aldo Fabrizi, contagiano il pubblico. Gli intermezzi, gestiti da Mimmo Mignemi ora come ladro, ora come soldato e via dicendo, punteggiano la recita come un metronomo. Arrivati alla fine del primo atto si è soddisfatti di aver assistito ad uno spettacolo “leggero” dopo una giornata di stancante lavoro.

Anche quest’opera teatrale dello straordinario scrittore iberico risulta essere uno specchio della realtà dei suoi tempi, e, nel contempo, metafora della contemporaneità.

Ma, allora, a quali “meraviglie” allude il titolo della piece? Sono forse da ricercare dentro il “teatrino” organizzato in un borgo rurale dai due capicomici vagabondi, i quali avvertono, e qui si percepisce il surrealismo più puro, che i “portenti”, cui loro alludono senza rappresentarli effettivamente, potranno essere percepiti solo da chi sarà privo di sangue ebreo. In questo clima di persecuzioni razziali, soprattutto le autorità del paese fingeranno di vedere ciascuno di questi incanti per non compromettere il loro stato sociale.

Si può scegliere quindi di vedere ciò che non esiste: questo confonde la realtà con la finzione e permette allo scrittore di tramandare un messaggio, per certi versi drammatico, di denuncia nei confronti dei pregiudizi razziali.

Probabilmente è per questi motivi che, per qualche ora, mi sono ritrovato immerso negli anni liceali, e ciò è la riprova che andare al teatro fa davvero bene.

 

Donne. L’altra metà del cielo (teatro stabile di Catania)

 

Il teatrino delle meraviglie

di Miguel de Cervantes

 

Testo, regia, scene e costumi: Roberto Laganà Manoli

Musiche: Carmen Failla

Coreografie: Silvana Lo Giudice

Luci: Franco Buzzanca

 

 

Paolo Licciardello

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