La Sicilia ha il mare, le città d’arte, i borghi, l’Etna, le isole minori, una stagione potenzialmente lunga dodici mesi e un patrimonio culturale ed enogastronomico difficilmente replicabile altrove. Da anni il turismo viene indicato come uno dei possibili “petroli” dell’Isola, una risorsa capace di creare occupazione e sviluppo senza dover essere importata o costruita da zero.
Eppure, dietro i numeri delle presenze e le immagini delle località affollate, emerge un paradosso che riguarda soprattutto il Mezzogiorno: il turismo cresce, ma lavorare nel turismo molto spesso non basta per vivere.
A fotografare la situazione è il recente Focus sul lavoro povero commissionato dalla Filcams Cgil. Secondo l’analisi, circa il 70% dei lavoratori del settore turistico si trova sotto la soglia della povertà salariale. Nel Sud e nelle Isole la situazione è ancora più grave: la percentuale supera l’80%, coinvolgendo quindi quattro lavoratori su cinque. La soglia individuata è pari a 13.950 euro di retribuzione annua e sale a 14.800 euro considerando chi ha lavorato almeno dodici settimane durante l’anno.
Il turismo cresce, ma la ricchezza non arriva a tutti
Il problema assume un significato particolare in Sicilia, proprio perché il turismo rappresenta uno dei comparti sui quali l’Isola sta puntando maggiormente.
Nel 2025, secondo i dati presentati dalla Regione Siciliana alla Bit di Milano, gli arrivi sono cresciuti del 2,8% rispetto all’anno precedente, mentre le presenze hanno segnato un ulteriore +0,24%. Anche il traffico aeroportuale ha registrato un lieve incremento e la componente internazionale ha continuato ad aumentare: i collegamenti con mercati dell’Unione europea ed extra-Ue hanno raggiunto il 36% del totale, rispetto al 32% del 2023.
Uno studio di Prometeia presentato nel marzo scorso ha quantificato in oltre 22,5 milioni le presenze turistiche nell’Isola nel 2025, con quasi 13 milioni riconducibili ai visitatori stranieri. Il turismo pesa ormai per circa il 4,2% sull’economia regionale, coinvolgendo però una filiera molto più ampia che comprende ristorazione, trasporti, commercio, cultura e produzioni alimentari.
I numeri, insomma, ci sono. Ma è proprio qui che emerge la contraddizione: se aumenta il turismo senza aumentare proporzionalmente la qualità del lavoro, la Sicilia rischia di avere più visitatori senza diventare realmente più ricca.
Stagionalità e precarietà, il vero nodo siciliano
Lo stipendio mensile, da solo, non racconta completamente il problema. A pesare sul reddito annuale sono soprattutto contratti brevi, occupazione stagionale, periodi senza lavoro e part-time involontario.
La Filcams definisce quest’ultimo ormai una condizione “strutturale” in molti comparti del terziario e del turismo. Significa che una persona può essere formalmente occupata ma lavorare un numero insufficiente di ore, oppure alternare alcuni mesi di attività a lunghi periodi senza reddito.
È un meccanismo particolarmente delicato per una regione come la Sicilia, dove molte località continuano a concentrare una parte consistente dell’attività tra primavera ed estate.
La Regione segnala alcuni primi progressi sul fronte della destagionalizzazione, soprattutto nelle province di Catania, Palermo, Enna e Caltanissetta. Ma ammette allo stesso tempo che in altri territori i margini di miglioramento restano ampi.
Destagionalizzare, allora, non significa soltanto convincere qualche turista a visitare l’Isola a novembre. Significa tenere aperte più strutture, garantire più mesi di lavoro, creare servizi permanenti e trasformare occupazioni stagionali in professionalità sulle quali costruire una vita.
La Sicilia ha ancora un enorme potenziale inutilizzato
C’è un altro dato che racconta quanto spazio di crescita resti ancora. La permanenza media dei turisti in Sicilia è di circa 3,1 notti, contro le 3,4 della media italiana secondo l’analisi Prometeia. Anche una differenza apparentemente piccola può avere un impatto enorme se moltiplicata per milioni di visitatori.
La vera sfida, quindi, non dovrebbe essere soltanto portare più persone sull’Isola, ma farle restare più a lungo, farle viaggiare anche fuori dai percorsi più conosciuti e distribuire la spesa turistica su un numero maggiore di territori e mesi dell’anno.
Taormina, Cefalù, Palermo, Catania, Siracusa e le isole non possono rappresentare da sole l’intera offerta regionale. La Sicilia dispone di un patrimonio archeologico, naturalistico ed enogastronomico diffuso che potrebbe alimentare turismo culturale, rurale, escursionistico, cicloturismo ed esperienze legate alle produzioni locali.
La stessa programmazione regionale individua tra gli obiettivi strategici proprio la destagionalizzazione, la valorizzazione dell’entroterra, il turismo esperienziale e l’attrazione di nuovi flussi internazionali.
Più occupati non significa automaticamente più benessere
Che il turismo stia sostenendo il mercato del lavoro siciliano è confermato anche dalla Banca d’Italia. Nel rapporto sull’economia regionale pubblicato a giugno, Palazzo Koch rileva che nel 2025 l’occupazione in Sicilia è aumentata e che uno dei contributi principali è arrivato proprio dal comparto del commercio, degli alberghi e della ristorazione. Allo stesso tempo, però, le retribuzioni reali del settore privato non hanno ancora recuperato le perdite accumulate tra il 2008 e il 2023.
È forse questo il punto sul quale misurare il futuro del turismo siciliano.
Non basta contare gli arrivi negli aeroporti o celebrare ogni nuovo record di presenze. Occorre chiedersi quanto valore rimanga realmente sul territorio e quanto di quel valore arrivi a camerieri, cuochi, receptionist, addetti alle pulizie, guide, operatori culturali e a tutte le persone che rendono possibile l’esperienza turistica.
Perché una regione non “vive di turismo” semplicemente quando le sue spiagge sono piene ad agosto. Vive davvero di turismo quando quella domanda genera imprese solide, servizi efficienti, professionalità riconosciute e redditi che consentono alle persone di rimanere sul territorio.
La Sicilia possiede già la materia prima. Ma il vero salto di qualità sarà trasformare il turismo da occasione stagionale a industria stabile, diffusa e capace di produrre benessere. Altrimenti continueremo a chiamarlo il nostro petrolio, senza riuscire davvero a trasformarlo in ricchezza per chi sull’Isola vive e lavora.
Valeria Buremi






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